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“Gaza Hospital” di Marco Pasquini

Convinto che la bellezza ci salverà, sempre e ovunque, Marco Pasquini converte ogni cosa in una bella inquadratura. E lo fa nel luogo dove ogni esercizio formale sembrerebbe assurdo. L’imponente Gaza Hospital di Beirut era il secondo ospedale più importante del Libano, principale soccorso per i profughi palestinesi, ma anche per i libanesi più poveri e gli immigrati dei paesi confinanti. La sua architettura e la sua posizione urbanistica lo rendono testimone centrale del massacro di Sabra e Chatila. Dopo la chiusura nel 1986, l’edificio rimane abbandonato a se stesso. Stanze di ricovero e corsie diventano case, creando una comunità sempre più numerosa, fino a rendere il Gaza Hospital un vero proprio campo profughi. (continua)

Dante Albanesi per ildocumentario.it 

(archivio recensioni)

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ildocumentario.it compie dieci anni

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Compie 10 anni il sito ildocumentario.it., portale  italiano dedicato al cinema documentario fondato e diretto da Stefano Missio e Francesco Gottardo.  

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Sguardi doc sull’Oriente

Due recenti documentari italiani affrontano la complessa realtà dell’India e della Cina, secondo prospettive completamente opposte. Il primo è Pink Gang di Enrico Bisi (2010, 80’). India, stato dell’Uttar Pradesh, provincia di Banda. Più del 20% della popolazione è “intoccabile”, appartiene cioè alla casta più bassa (e di conseguenza più povera). In una società ancora feudale e dominata dall’uomo, le donne sono le prime vittime di discriminazioni e abusi. “Nessuno ci viene ad aiutare” dice Sampat Pal Devi, 47 anni, sposata all’età di 9 e madre di cinque figli, che per reagire a questo stato di cose fonda le Gulabi Gang (Pink Gang). In appena due anni raccoglie centinaia di membri, provenienti dalle caste inferiori; vivono in capanne di fango e mattoni, senza acqua né luce, sopravvivendo con meno di un euro al giorno.(continua)

Dante Albanesi per ildocumentario.it

“Corde” di Marcello Sannino

Non è una boxe per il cinema. Niente colonne sonore roboanti, improbabili altalene emotive e orde di spettatori sovreccitati. Qui le gradinate sono quasi sempre semivuote; al massimo i genitori, la ragazza, l’allenatore, qualche addetto ai lavori… Si è sempre soli sul ring, ma qui si è più soli che mai.

Stacco. In un anonimo salone (questo assai più affollato), una pallina si agita smaniosa dentro una teca di vetro, in perenne battaglia con le sue ottantanove sorelle. È il gioco perfetto il bingo, perché non richiede nessun calcolo, nessuna riflessione. L’unica strategia possibile è assistere impotenti alle bizzarrie del caso che ogni sera decreta vittoria e sconfitta, sporadici guadagni e ordinarie rovine. E proprio come una biglia, rimbalza da un lavoro all’altro e da un vicolo all’altro l’esistenza di Ciro Pariso, pugile peso piuma, campione italiano nel 2003 (“Sì… ma poi si è fermato…” commenta sconsolato il padre, che Ciro non frequenta da anni).  (continua)

Dante Albanesi per ildocumentario.it

Corso Salani, l’impossibilità di essere falso

Corso Salani creava cinema al presente. Un’immagine che, al di là delle storie che illustrava, era costantemente “in diretta” (in corso), preda di quel flusso che rende imprevedibile la dizione di un attore, il tragitto della cinepresa, gli indisciplinati rumori fuori campo. Un presente che era anche “presenza”, consapevolezza fisica di abitare non uno sterile set, ma una terra viva, senza la quale quella stessa inquadratura avrebbe avuto un diverso valore, come il peso di un corpo varia a seconda della latitudine. È per questo che Salani era un regista del Viaggio, e non è un caso se molti suoi titoli (Voci d’Europa, Cono Sur, Occidente, C’è un posto in Italia, la serie “Confini d’Europa”) sono puri dati geografici, rarefatte variazioni sul road-movie che fingono di seguire una rotta per poi nutrirsi delle digressioni che la strada stessa offre. (continua)

Dante Albanesi per ildocumentario.it

“Draquila. L’Italia che trema” di Sabina Guzzanti

É chiara, nel film di Sabina Guzzanti, l’intenzione di riprodurre quel “canone” che Michael Moore ha ormai imposto a livello internazionale. Ovvero: registro satirico, lettura socio-politica, prevalenza della voce narrante, coincidenza regista/attore, montaggio parodico, eterogeneità degli stili (interviste, filmati di repertorio, inserti grafici…). Una ricetta laboriosa e di difficile amalgama.

Riguardo ai contenuti, c’è poco da dire. Tutto ciò che Draquila afferma è sacrosanto. Documenti, intercettazioni, sperpero di denaro pubblico, leggi ad personam erano già sotto gli occhi di tutti. Caso mai, Draquila è il primo testo audiovisivo ad aver riunito assieme questi dati, depurandoli dalle nebbie del chiacchiericcio televisivo. E nell’epoca della babele mediatica, tale genuina chiarezza può aver scioccato molti. Ecco perché le accuse del ministro Bondi su Draquila “che offende l’Italia e la verità” sono soltanto ridicole, e rappresentano l’ennesima replica di ciò che un altro ben più acuto politico dichiarò sessant’anni fa dinanzi al successo mondiale di Ladri di biciclette. Purtroppo per costoro, il cinema continuerà ancora per molto a lavare i panni in pubblico. (continua)

Dante Albanesi per ildocumentario.it

“La vita al tempo della morte” di Andrea Caccia

Prima di inventare storie o mostrare immagini, i lavori di Andrea Caccia pongono allo spettatore un’inattesa domanda: “Che cos’è il documentario?” Quali sono (se ci sono) i confini di questo genere?

Forse il modo migliore per comprendere un’opera linguisticamente estrema come La vita al tempo della morte è abbandonarsi al divenire della visione, alla pura indifesa curiosità di scoprire “cosa sarà mostrato dopo”. Uno struggente prologo di tre minuti sulla lenta agonia di una farfalla ci accompagna all’interno del film. Primo atto: le cascate della Lavagnina, in Piemonte. Rigorose inquadrature fisse, strette, sfocate, dagli strani bagliori biancastri. Sapientemente rielaborate fino a sembrare una sorta di pittura fresca, tremolante, non ancora fissata sulla tela. In questo universo senza parole l’uomo è una presenza anomala. (continua)

Dante Albanesi per ildocumentario.it

“Valentina Postika in attesa di partire” di Caterina Carone

Un film di attese. Come il titolo stesso suggerisce, Valentina Postika (1° Premio al Torino Film Festival 2009) esplora quegli intervalli neutri della nostra esistenza durante i quali non accade nulla. Prima che un qualsiasi evento possa far “partire” una storia.

Siamo a Pesaro. La moldava Valentina, emigrata da ormai cinque anni, lavora come badante per Carlo Paladini (nonno della regista), ottantottenne ex partigiano, dirigente del Partito Comunista locale e della sezione ANPI. La narrazione è quasi completamente assente, perché tutto è già avvenuto (la Resistenza, la lotta politica: sessant’anni di ricordi gelosamente custoditi da Carlo negli innumerevoli super 8, fotografie e giornali del suo archivio) o tutto deve ancora avvenire (il ritorno di Valentina in Moldavia dai suoi tre figli, con i soldi per comprare finalmente una casa). Vita che scivola via, mentre la Storia prosegue oltre il giardino di casa. I filmini amatoriali che interrompono le immagini al presente svolgono dunque questa doppia funzione: per Carlo (che sta gradatamente perdendo la memoria) mantengono in luce il passato, per Valentina presagiscono il futuro. Ma per entrambi sono il luogo di un’indicibile nostalgia. (continua)

Dante Albanesi per ildocumentario.it

“L’ora d’amore” di Andrea Appetito e Christian Carmosino

l'ora d'amoreÉ impossibile, guardando L’ora d’amore, non pensare a Quién es Pilar?, il cortometraggio del 2006 (tra i più belli del decennio) con il quale Appetito e Carmosino incantarono decine di festival in Italia e nel mondo. Pilar legge sul giornale che un uomo, ingiustamente accusato di corruzione, si è suicidato. Quel fatto di cronaca la sconvolge. Il volto sorridente di questo sconosciuto, la sua dignità intrisa di disperazione, la attraggono al punto che decide di “sposarlo”. Il giorno dopo i funerali, Pilar si reca al cimitero deserto, dove celebra solennemente le proprie nozze col defunto. Da quel giorno indosserà per sempre il vestito da sposa… Leggi il resto di questa voce

“Rumore bianco” di Alberto Fasulo

Cinema liquido e sinuoso come il suo protagonista: il Tagliamento, “Re dei fiumi alpini”, 170 chilometri tra Veneto e Friuli. Prima linea di difesa durante la rotta di Caporetto, ultimo avamposto dell’occupazione nazista. Ma l’acqua è solo un filo, cordone invisibile che lega le storie più dislocate. Ogni personaggio percola nell’altro, ogni trama avanza in bilico lungo montagne e foreste e, ognuna a suo modo, slitta a valle nell’alveo del fiume.

Palese è l’influenza di Alessandro Rossetto, qui in veste di produttore. Rumore bianco è un Bibione Bye Bye One più rarefatto, meno incline alla satira sociale; ma per il resto l’aderenza di forme e contenuti è quasi totale: l’uso profondo del dialetto del nord-est, la narrazione polifonica, il ripudio della voce narrante, l’assenza di una figura centrale a favore di un variegato coro di comparse. Se in Bibione c’era il mare Adriatico e il flusso “moderno” della vacanza di massa, dei tre mesi estivi che come uno tsunami scuotono dal letargo i centri balneari della costa, in Rumore bianco c’è il fiume a segnare la ciclicità immota della Natura, l’acqua in tutte le sue multiformi anime di pioggia, vapore, cascata, schizzo, alluvione. L’eterno presente di Bibione, dove ogni prospettiva storica sembra annullata, si converte nella temporalità duplice del Tagliamento, dove un’attualità tecnologica si sovrappone (senza cancellarla) a una preistoria agreste. (continua)

Dante Albanesi per ildocumentario.it

“Diario di un curato di montagna” di Stefano Saverioni

Il fascino della scrittura di Stefano Saverioni sta nel suo essere audacemente “fuori tempo”, assestata in una dimensione di classica compostezza e sapiente ricerca visuale. Come fuori tempo è anche l’arduo universo che decide di ritrarre: Pietracamela, Cerqueto, Intermesoli, ai piedi del Gran Sasso, in Abruzzo. Tra questi borghi ormai semideserti, si muove (sempre rincorsa in campo lungo) l’automobilina di Don Filippo Lanci, giovane parroco inquieto e anti-dogmatico, fotografo, scrittore, singolare figura di “ribelle pacifico”, assegnato a questa pochissimo ambita parrocchia grazie ad una non meglio precisata “punizione” inflitta dalle alte sfere ecclesiastiche. Leggi il resto di questa voce

“Religiolus” di Larry Charles

religulous

Ovvero religion e ridiculous, religioso e ridicolo. Ridicolo come l’incredibile museo creazionista del Kentucky, dove l’uomo preistorico diviene contemporaneo dei dinosauri. Ridicolo come i mormoni che alloggiano la Nuova Gerusalemme nel Missouri. Ridicolo come i lambiccati marchingegni che permettono agli ebrei ortodossi l’utilizzo di ogni confort (dall’ascensore alle sedie a rotelle) senza trasgredire i precetti del Sabato. Per quanto il mondo moderno possa spesso apparire complesso e indecifrabile, vi sono ancora situazioni come queste, così “pure” nella loro cristallina follia, dinanzi alle quali il cinema documentario non deve far altro che dire: “Guarda”. Guardare per non credere. È ciò che il comico ebreo Bill Maher sceglie di fare nel suo irriverente viaggio tra le grandi religioni del pianeta.

prosegue su www.ildocumentario.it

(dantealbanesi)

“Sognavo le nuvole colorate” di Mario Balsamo

“Come potrei dormire quando il tempo non si ferma nel sonno.” Edison scorge questi versi sul muro scrostato di una palestra. Le pareti sono ricoperte di disegni, scritte in tutte le lingue, soprattutto caratteri arabi. Tante mani e tante persone sono passate per di lì, con parole diverse e simili disperazioni. Siamo in Puglia, in un centro di accoglienza temporanea ormai abbandonato. Il giovane, sui diciott’anni, vaga per gli stanzoni in rovina, trascinandosi dietro un passeggino scassato. Come nei sogni di un bambino, trova una stanza piena zeppa di scarpe da tennis. Salta su dei materassi sgualciti, poi scavalca una finestra e fugge via. Sono cinque minuti di straordinaria intensità, quasi senza parole, che condensano l’intero documentario in una sola simbolica immagine.

Pur nella finta casualità della struttura (macchina a mano, lenti sporche, sonoro disturbato), Sognavo le nuvole colorate è un racconto complesso basato su un forte tema centrale: la ricerca dell’identità, di un ruolo da interpretare. Il bisogno di costruirsi quelle finzioni necessarie a non lasciarsi schiacciare dal mondo.

dantealbanesi (continua su www.ildocumentario.it)

Maradona By Kusturica

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MARADONA BY KUSTURICA

di Emir Kusturica (2008, 90m)

Kusturica utilizza Maradona come un passepartout, un cavallo di Troia per poter contrabbandare sullo schermo immagini e parole che in condizioni normali nessun distributore avrebbe mai avuto interesse di diffondere su scala mondiale. Filmando Maradona, Kusturica filma i luoghi che lo circondano, Belgrado bombardata dall’ONU, le baracche alla periferia di Buenos Aires, pesantissimi giudizi sul calcio e i suoi eterni padroni. È in fondo la medesima tecnica impiegata da secoli di arte sacra, quando il santo in figura intera al centro del quadro era spesso un mero pretesto per raffigurare nel resto della tela il panorama della città ospitante, i volti dei committenti, il ceto nobile, tutti i transitori emblemi e simboli della propria epoca Leggi il resto di questa voce

“Shine a Light” di Martin Scorsese

SHINE A LIGHT

di Martin Scorsese (USA, 2007, 122’)

 

Mentre nei suoi precedenti documentari musicali Scorsese intendeva “capire”, approfondire le radici e gli stilemi di un genere (il blues) o di un artista (Bob Dylan o la Band di Robbie Robertson), in questo tributo ai Rolling Stones è evidente come la sua primaria volontà sia quella di assistere, di essere semplicemente “presente”, nel significato più fisico del termine.

Per questo, Shine a Light non è il documentario di un regista, ma Leggi il resto di questa voce

“Il passaggio della linea” di Pietro Marcello

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Immagine muta vs immagine parlata. Qual è il rapporto tra questi due poli in molti documentari contemporanei? Di solito troviamo una serie di macrosequenze, blocchi di circa dieci minuti interamente composti da interviste, con la tipica catena di primi e primissimi piani, campi e controcampi; ad esse si alternano degli intermezzi lirici, “d’atmosfera”, di 30-60 secondi, composti da campi lunghi, esterni e commento musicale. Pietro Marcello ribalta totalmente questo rapporto: qui sono le interviste (nella loro economia e brevità) a svolgere una funzione di stacco, di digressione, mentre per contrasto le sequenze liriche, a-narrative, conquistano l’intero spazio del discorso.

Il passaggio della linea è questo: un inesausto cercare, vagabondare negli spazi angusti in cui si è scelto di relegare il proprio sguardo. Leggi il resto di questa voce

“L’esame di Xhodi”

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L’ESAME DI XHODI

di Gianluca e Massimiliano De Serio (Italia, 2007, 62’)

Qualsiasi cosa accada dinanzi all’obiettivo, i fratelli De Serio non perdono mai di vista il cinema, il valore della messa in scena, l’equilibrio classico dell’inquadratura. Il loro è un partito preso formale, caratterizzato dalla prevalenza del campo lungo, dall’immobilità dei corpi, da piani fissi che sfociano oltre i due minuti: un registro che sa rimanere costante dall’inizio alla fine. L’assenza di voci narranti, interviste e commento musicale libera poi lo spazio ad una ricerca minimalista dei rumori d’ambiente (pioggia, stormi di uccelli, notiziari radio, scalpiccii nei corridoi, il rollio cupo di una teleferica, il bruciare della vernice su una tavola di legno…), di tutta quell’atmosfera auditiva che galleggia impalpabile attorno al reale.

A tale austerità ottico-sonora (chiaramente debitrice della linea Kiarostami-Dardenne-Kaurismäki), i De Serio associano una libertà narrativa che invece è pienamente documentaristica. Il loro stile si muove su questo confine, generando la sottile ambiguità di far sembrare “colti dal vero” i loro corti di finzione (vedi gli splendidi Maria Jesus e Zakaria), e storie inventate i loro documentari. […]

 

dantealbanesi (prosegue su www.ildocumentario.it)

  

“Odessa” di Leonardo Di Costanzo e Bruno Oliviero


     

Critica doc

  

     

Odessa

di Leonardo Di Costanzo e Bruno Oliviero (Italia, 2006, 67’)

 

[…] Ama i ritratti collettivi, il documentarista Leonardo Di Costanzo. Dopo
Prove di Stato
(l’impegno civile di Luisa Bossa, sindaco di Ercolano,
nel contrastare una sottocultura radicata nel profondo) e A scuola
(su un disastrato istituto di scuola media della Campania), Odessa
(in coregia con Bruno Oliviero) è il terzo splendido affresco corale su un
mondo in preda a cambiamenti inevitabili e dolorosi. Ogni suo lavoro
seleziona un universo chiuso (un municipio, una scuola, una nave); poi, con
le tecniche tipiche del “cinema diretto”, segue con discrezione le dinamiche
umane che si consumano al suo interno, il conflitto tra vecchi e giovani,
tra passato e presente, tra nuovi ideali e antiche abitudini.
In tal modo, Di Costanzo gira film “carcerari”, perché così si sentono i
suoi protagonisti: prigionieri di una società imperscrutabile i cui dogmi
sono stabiliti al di sopra delle loro esistenze. E in Odessa, tale
contesto si spinge oltre il surreale. Come Godot, i marinai ucraini
attendono una Soluzione che non arriverà mai, e nel frattempo assistono
inermi al puro scorrere del tempo, al vuoto consumarsi della propria vita.
Ad azioni che si risolvono nel loro compiersi, come nella commovente
sequenza che apre il documentario: durante una festa (di capodanno?) dimessa
e sottotono, uno dei marinai balla solitario con una scatola di panettone.

Privo di una vera e propria narrazione, Odessa dura il tempo di
un’attesa. La nave è un enorme set che non ospiterà nessun film.
Galleggiando in questa stasi, c’è tutto il tempo di perlustrare, alla luce
fioca di una torcia, la biblioteca della nave, con vecchi tomi impolverati
che inneggiano al comunismo e a ideologie sepolte dalla storia. Di assistere
alla morte di un marinaio dell’equipaggio, alle grigie procedure della
deposizione del corpo nella bara. Di affezionarsi allo sguardo tra
rassegnato e spaurito del comandante, nei suoi tentativi di sbrogliare i
mille cavilli burocratici che da anni lo costringono in Italia, di
comprendere una lingua che dopo tanti anni gli è ancora straniera. Oliviero
e Di Costanzo seguono i loro malcapitati protagonisti con un occhio da
documentario naturalista, come scienziati che spiano una specie protetta in
una riserva. L’uomo è un esemplare in via di estinzione.


 

dantealbanesi (intera recensione su www.ildocumentario.it) 

   

“Sicko” di Michael Moore

[…] Prima di occuparsi di politica, economia, analisi sociale, Moore ha in mente il tempo, e ciò rende ogni sua opera una battaglia contro il cronometro. Il film è iniziato da poco più di cento secondi e già due aneddoti strepitosi ci avvincono: il giovane che per evitare le spese mediche si cuce da solo una ferita sul ginocchio, il falegname che perde due dita in un incidente e si fa operare soltanto il dito che sarebbe costato meno! I 123 minuti di Sicko mostrano una densità che lascia intuire centinaia di ore di girato, decine di strade abbandonate e di digressioni scartate al montaggio. Tutti i documentaristi, tutti i registi dovrebbero studiare la perizia con cui Moore riesce a tratteggiare un personaggio in 40 secondi, dandogli un nome, un lavoro, un problema, una frase che si scolpisce nella memoria; ammirare la struttura di un testo che scinde nettamente una prima parte di “pensiero” e una seconda di “azione”. […]

dantealbanesi (continua su www.ildocumentario.it)