Vittorio De Seta – Il mondo perduto

VITTORIO DE SETA – IL MONDO PERDUTO

di Goffredo Fofi e Gianni Volpi

(Ed. Lindau, Torino, 1999, pp. 156)

De Seta ha bisogno di tempi lunghi. Perché la sua scelta di essere un cineasta indipendente (in un’epoca in cui era quasi impossibile esserlo) comporta inevitabilmente il rifiuto dei dogmi dell’industria, delle consuetudini acritiche del mestierante; e dunque, della rapidità. Siciliano, aristocratico di sinistra, esistenzialista, De Seta ha fatto della scarsità di mezzi e della lontananza (fisica, mentale, stilistica) dagli ambienti romani i cardini di un’originalità rara e spiazzante. Con dieci cortometraggi girati tra il ’54 e il ’59 in Calabria, Sicilia e Sardegna (120 minuti di pellicola in tutto!), fonda un nuovo modo di fare – di pensare – l’immagine-documento. Elimina la voce over, impresa quasi temeraria nel cinema italiano anni ’50 (e purtroppo, seppur in misura minore, anche dopo), e riporta il documentario alla sua primitiva essenza muta, ad uno sguardo purificato che restituisce a paesaggi, oggetti e corpi ciò che Edgar Morin chiamava la “strana evidenza del quotidiano”. Immerge tale arcaica quotidianità in cromatismi squillanti, quasi onirici, e la avvolge in una trama ininterrotta di voci, musiche, rumori, canti rigorosamente registrati dal vivo: un tappeto sonoro che diventa, forse per la prima volta nella storia del documentario, l’elemento primario della composizione filmica. Questo approccio “partecipe”, di adesione, di immersione totale nella materia narrata, De Seta riuscirà a mantenerlo in tutta la sua produzione. Dai veri pastori di Banditi ad Orgosolo (1960) all’auto-analisi junghiana di Un uomo a metà (1966), appassionatamente difeso in un famoso intervento di Pasolini (pag. 77); fino al troppo dimenticato Diario di un maestro (1973), esempio utopico di ciò che dovrebbe sempre essere la televisione: un prevedibile soggetto sui disagi della scuola italiana viene qui trasformato in uno straordinario esperimento di cinemavita, nel quale De Seta “crea” letteralmente dal nulla una classe scolastica (composta da ragazzi più o meno problematici) e la segue lungo tutto il corso di un anno, con l’attore Bruno Cirino nei panni di maestro fittizio ed effettivo. “Fare un film su una scuola che non deve essere nozionistica, che non deve essere ‘insegnata’, automaticamente diventa un film che non può essere ‘interpretato’. Come abolisci i libri di testo, altrettanto devi abolire la sceneggiatura.” (pag.37)

Ma la grandezza di De Seta si ritrova ancor più nei progetti mai andati in porto, e soprattutto nei suoi tentativi di rilettura anti-miracolista, “tolstoiana”, del messaggio cristiano: la sceneggiatura Vita di Paolo di Tarso e il mai girato film sul Vangelo. C’è a questo proposito un brano chiarificante (pag. 105), nel quale De Seta schizza una lettura “materialista” della moltiplicazione dei pani e dei pesci: Gesù ha a disposizione pochissime provviste e deve sfamare migliaia di persone; allora, da arguto sofista, inizia a distribuirle, cominciando però dalle persone più benestanti, da coloro che sicuramente hanno già da mangiare con sé, e magari in grande abbondanza. I ricchi, ricevendo questo tozzo di pane, comprendono (per illuminazione o per semplice vergogna) il valore della carità e cominciano anche loro a condividere la propria roba con i più poveri. É questo insomma il vero miracolo: non è il pane a moltiplicarsi, ma lo spirito di solidarietà.

Il mondo perduto: un titolo (volutamente?) spielberghiano che coglie con esattezza l’impresa che rende unico e inimitabile il cinema (e il documentario) di De Seta: aver abbinato significanti nuovi a significati irripetibili. Essere riuscito a “fermare” una volta per tutte, come una zanzara imprigionata nell’ambra, gesti volti colori costumi scomparsi (la civiltà contadina e marittima italiana dalla preistoria fino agli anni ‘50), “dentro” le maglie di uno stile anch’esso scomparso. Ecco perché dopo l’estinzione di un’epica di fede e lavoro, può esservi soltanto il grottesco più disilluso, le lande ciniche e deperite di Ciprì e Maresco: come spiega quest’ultimo nell’intelligente prefazione, “noi non possiamo far altro che registrare il dopo di quella sconvolgente modernità che ha travolto il mondo mostrato da De Seta.” Difatti, il sentimento principale che già percorreva In Calabria (1993, l’ultimo suo lavoro) è un rimpianto: la coscienza di essere arrivato troppo tardi, dopo essere stato per tanti anni in anticipo su tutti; di non riuscire più a trovare nella civiltà post-industriale le stesse immagini del passato, o di vederle sbiadire nell’indifferenza delle cineprese del presente.

Dante Albanesi

(da “La Linea dell’Occhio” n.38)

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