“The Aviator” di Martin Scorsese

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Martin Scorsese (USA, 2004)

Il cortocircuito si consuma quando spuntano i baffetti. A metà film, dietro una selva di microfoni per l’ennesima dichiarazione alla stampa. É lì che Leonardo DiCaprio svela tutti i suoi multipli. E attraverso il suo volto, come carte sovrapposte in un mazzo, traspaiono quelli di Howard Hughes, Orson Welles, Charles Foster Kane, Randolph Hearst… Il cinema (lo Scorsese “biografo” lo sa fin troppo bene) è anche una storia di connotati presi a prestito. E quelli erano anni in cui un dittatore rubava gli stessi baffetti ad un comico e ad un barbiere ebreo.

Hughes, invece, chi stava cercando di imitare? Era un regista che si credeva imprenditore? O un magnate che si sognò artista? Un uomo che girò un film sull’aviazione nella Prima Guerra Mondiale per promuovere indirettamente la propria industria aeronautica? O viceversa? Donne, aerei, cinema: nulla si crea e nulla si distrugge nel gorgo mentale di Hughes, ma tutto si con-fonde. Ed è solo grazie alla sua ottica deformata, malata, che arriviamo a vedere lucidamente unito ciò che era ufficialmente distinto. È questa la missione di The Aviator: scoprire che i regni di Politica, Spettacolo, Economia, una volta osservati dall’alto diventano una sola densa palude alimentata dal fiume del denaro. Dove non c’è differenza tra vivere una vita e interpretare la parte del vivente. Nella nascente società dello spettacolo contemplata da Scorsese con spaurito fascino, ogni vip, ogni personalità mediatica è necessariamente una maschera: corpo artificiale programmato ad uso e consumo del pubblico, sulla cui superficie il tempo di “esposizione” ai riflettori deposita una patina di irrealtà, di sporco. Da qui la germofobia di Hughes: il terrore che tutto il fango del mondo cancelli la propria immagine genuina. “Niente è pulito, ma facciamo del nostro meglio”: non è chiaro se la battuta di Ava Gardner al suo amante sia rasserenante o rassegnata.

Pur volendo vivere al di sopra di tutti gli altri, ironicamente Hughes diviene il prototipo dell’uomo-massa. Un eroe tragico che si illude di dominare l’epoca della riproducibilità tecnica delle arti, e invece ne finisce preda, ripetutamente convertito in una copertina tirata in milioni di copie, in un montaggio ad anello che ripropone instancabilmente la stessa sequenza, in una bocca che ripete fino al delirio la medesima frase, in un corpo nudo che proietta sulla propria pelle il film che egli stesso ha creato. Il solo modo per non restare imbrigliati in questo regime falsificatore è farsi camaleonte, tramutarsi costantemente in qualcos’altro, in un infinito riflesso del proprio Io, come Kane nel finale di Quarto potere. E tale febbrile sforzo metamorfico spinge Hughes a contornarsi dell’unica razza umana che può eguagliarlo in questo speciale “talento”: i divi del cinema. Forse nessun altro film ha mai messo in scena così tanti attori che interpretano attori. Ma nella sfilata dei cloni, quello più acido è certo la Jean Harlow incarnata dall’ultima diva del videoclip Gwen Stefani: la Hollywood classica che cede ad MTV.

Emulando le strategie del suo protagonista, per sopravvivere al regime telefilmizzante del cinema contemporaneo, anche The Aviator è costretto a riscriversi, a cambiare stile colore pelle ogni quarto d’ora, quasi ad ogni sequenza. A mostrare di più, più veloce, più diverso, più profondo di ciò che il Potere si aspetta. Solo Scorsese poteva filmare un processo (rito impersonale per eccellenza) come un match di boxe, una battaglia duale di parole circondata da quegli stessi flash fotografici che vent’anni fa saettavano sulle carni sanguinanti di Toro scatenato. Solo Scorsese poteva filmare un normale lavaggio di mani come una pratica di autodistruzione, con quella stessa impassibilità suicida di cui era pervaso il suo primo corto The Big Shave.

Con The Aviator, Scorsese gira il suo F for Fake. Ma con molta meno ironia di Welles, e molta più angoscia. Scorsese denuncia il falso, ma vuole ancora restarci dentro, pienamente, come Mastroianni ne La dolce vita. Perché teme che la sola alternativa a questo gioco planetario che è il cinema sia la Quarantena.

Dante Albanesi

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