“Signs” di M. Night Shyamalan

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SHYAMALAN. I SEGNI DI UN AUTORE 

 

Per vedere qualcosa bisogna aspettare la fine. L’assedio inizia solo nell’ultima mezz’ora: legni che scricchiolano, scalpiccii concitati in soffitta… Ma ancora gli alieni non si mostrano. Soltanto ombre, versi, rumori.

Come tutti i veri religiosi, Padre Graham Hess è avanti nel tempo, proiettato verso il futuro. Sa già ciò che accadrà a breve, ma non vuole ancora pensarci. Soprattutto non vuole che i suoi figli ci pensino. E mentre, insieme al fratello Merrill, sta inchiodando delle assi (forse inutili) sull’ultima porta della casa, Hess si inginocchia accanto alla piccola Bo. Suo dovere è distrarla dall’evento che si sta consumando, “trasferire” la sua mente altrove. Come Shearazade ne Le mille e una notte, allontana la minaccia della morte con un racconto. Ricorda sua moglie morta, ricorda una nascita.  

Lo sai che dicevano tutti quando sei nata, Bo? Sei uscita dalla pancia della mamma senza piangere. Hai spalancato gli occhi e hai guardato in giro per tutta la stanza. Avevi degli occhi così grandi e belli… Le altre signore sono rimaste senza fiato, letteralmente senza fiato. E dicevano: “Oh, sembra un angelo! Non abbiamo mai visto una bambina così bella!” E poi sai che è successo? Ti hanno messo sul tavolo per lavarti, e tu hai alzato gli occhi e mi hai sorriso. Dicono che i bambini appena nati non sorridono. Tu hai sorriso.

Poco dopo, mentre quella stessa porta è in procinto di cedere sotto i colpi del nemico, Padre Hess si accosta a suo figlio Morgan e inizia un altro racconto:  

Sai che è successo quando sei nato tu? Sei uscito, e la mamma perdeva sangue… E i dottori ti hanno portato via di corsa, prima che io ti vedessi. Mentre la medicavano, lei non faceva che chiedere di te. E io volevo che ti vedesse prima di me. Perché, poverina, ti aveva sognato per tutta la vita. E quando si è sentita meglio, ti hanno portato da lei e ti hanno messo tra le sue braccia. Lei ti ha guardato, e tu l’hai guardata. E siete rimasti a guardarvi per un sacco di tempo. E poi ti ha detto piano piano: “Ciao, Morgan! Io sono la tua mamma. Sei come ti avevo sognato.” 

Siamo a Philadelphia e questa scena è meravigliosa. Solo quando Signs giunge a questo punto, realizziamo che tutti i settanta minuti precedenti (sospesi in un’atmosfera di non-narrazione assolutamente inaudita nel consueto cinema hollywoodiano) erano soltanto una “preparazione”, una sommessa ouverture per far sì che l’attacco in forte dell’orchestra possa emergere in tutto il suo effetto. Mentre i due terzi della trama hanno disegnato uno svelarsi progressivo, mirato a scoprire “ciò che accadrà dopo”, cosa succederà quando gli extraterrestri entreranno finalmente in campo, questa sequenza pone una netta e totale inversione a “U”: non si parla più degli alieni, ma degli umani; non più del presente, ma del passato; non più dei vivi, ma dei morti (la moglie di Hess); non di chi è in scena, ma di chi ne è uscito per sempre.

Questo è il cinema di Manoj Night Shyamalan. Fingere di raccontare una storia, per poi mostrarci qualcos’altro. Imboccare una strada rettilinea, per poi smarrirsi tra le spighe di grano. Proprio mentre lo spettatore si attende che lo spazio si amplifichi, che le difese della casa vengano scardinate e i nuovi abitanti della Terra conquistino finalmente l’onore della ribalta, ecco che il regista con temeraria e stupenda digressione si rifugia nel ripostiglio del ricordo di un padre, nell’utero scomparso di una madre. Non vi sono immagini, ma parole. Ad un orrore che i figli non debbono vedere, Padre Hess contrappone una meraviglia che i figli non possono aver visto: un fuoricampo dello spazio (gli alieni al di là dalla porta) è rimosso da un fuoricampo del tempo.

Questa svolta ha un nome: Ritorno alla Ragione. Come la piccola Dorothy nominava la sua casa perduta e faceva istantaneamente dissolvere il regno di Oz, così la cronaca di un parto ci salva da un’invasione di alieni. In questo marcato cambio di direzione, sembra quasi che il film ci parli con due voci distinte e sovrapposte. Una che strilla: “Al lupo! Al lupo!”. L’altra che bisbiglia: “Attenti! Gli alieni non esistono.” Sono creature da favola, da cinema. E allora, piuttosto che sbattere l’ennesimo mostro verdognolo sullo schermo, molto meglio intrattenerci su un fatto banale, triviale, magico, quale il concepimento di due bambini. Per vedere qualcos’altro c’è sempre tempo. Finché il ventre della madre-casa ci protegge ancora, manteniamo il nostro cordone ombelicale con la realtà.

dantealbanesi “La Linea dell’Occhio” n.57

 

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