“Sicilia!” di Jean-Marie Straub e Danielle Huillet

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Sicilia! (Italia/Francia/Svizzera, 1999, 66’)

con Gianni Buscarino, Angela Nugara, Vittorio Vigneri

Dopo tanti anni, l’emigrante Silvestro torna in Sicilia. Ma prima che possa rivedere sua madre, c’è una lunga scena muta. In un territorio aspro e collinoso, un’ampia valle, un paese sullo sfondo, la cinepresa compie una lenta, intensa, solenne panoramica da sinistra a destra e poi da destra a sinistra, riportandosi al punto di partenza. Una scena disabitata e silenziosa, aperta a tutti i significati possibili. Un’andata e il suo simmetrico ritorno: la traduzione cinematografica dell’emigrazione.

Nel suo viaggio da Milano alla terra natia, Silvestro ha già attraversato molte conversazioni, indiscrete, ciniche, allusive. Ma ora è questo l’incontro a cui più tiene, che più teme.

Lei è in cucina, come sempre. Madre e figlio si rivedono, e come fosse un giorno qualunque cominciano a chiacchierare dei tempi andati, del cibo, del lavoro… Ma il dialogo non si svolge con naturalezza: i due, come pure tutti gli altri personaggi del film, sembrano recitare un testo scritto, di una ritmicità insieme rituale e teatrale, con pause incongrue che troncano a metà ogni frase, come se in quel momento la voce stia cercando il tempo per “andare a capo”. E sentiamo che parole e sguardi stanno lentamente scavando verso un nocciolo mai sfiorato: i tradimenti del padre. Silvestro domanda, impaziente di capire, timoroso di sapere. E la madre gli apre un mondo serrato per decenni nel buio. Ripercorre con distacco e lucidità le avventure del marito, la sua simpatia e giovialità, il suo essere sempre l’anima della festa, l’instancabile danzatore avvezzo al complimento e alla galanteria; e ricorda le sue tante conquiste, la sua abitudine di portarsi le amanti “giù al vallone”… Ma non era tanto il vallone che la offendeva – precisa con rabbia – quanto il fatto che lui a “quelle vacche” le scriveva addirittura delle poesie; e ciò le rendeva orgogliose, perdevano ogni rispetto e non abbassavano più lo sguardo dinanzi a lei, la moglie, l’unica legittima e degna di onore. Ed è per questo che lei sceglierà di vendicarsi allo stesso modo: andando giù al vallone con un altro uomo, uno scioperante della solfatara che non rivedrà mai più e che finirà forse ucciso dalle guardie regie.

Per lunghi minuti la madre prosegue il suo racconto, nella sua andatura straniante e sincopata, ripercorrendo più volte gli stessi luoghi e desideri, mentre ormai il senso di ogni frase sembra dissolversi a favore di una spirale ipnotica dove a intervalli regolari riemerge la parola “vallone”, palcoscenico di ogni infamia e di ogni rivalsa. Usciti da questa stanza, madre e figlio non saranno più gli stessi. Fra di loro è crollato quel muro di omertà familiare che si eleva silenzioso dentro tutte le case, cementandosi giorno dopo giorno di piccoli e grandi imbarazzi, decori, tenerezze.

L’incontro si è ormai consumato. Siamo di nuovo all’esterno: un territorio aspro e collinoso, un’ampia valle, un paese sullo sfondo. La cinepresa scorre lentamente da sinistra a destra e poi da destra a sinistra, tornando al punto di partenza. La stessa immagine, perfettamente uguale ma irrimediabilmente diversa, ormai impregnata di parole, incrostata della calce bianca di quelle mura tra le quali siamo rimasti chiusi così a lungo. Solo ora possiamo abitare quest’inquadratura non più con l’estetica vacua di un campo lungo da cartolina, ma con la consapevolezza di tutti gli assolati dissidi, voci, colori, sentimenti che da sempre hanno percorso le sue vene. E solo ora quel vallone che si apre sotto le colline è diventato per noi una creatura vivente. In questo crudo contrasto tra una visione “pendolare” e una verbalità spiraliforme, Straub e Huillet riscoprono un’inaspettata variante del vecchio “effetto Kulešov”. Ogni immagine può modificare il senso della seguente: una donna nuda fa sembrare eccitato il primo piano di un uomo, un piatto di minestra lo fa sembrare affamato. In Sicilia!, la sensuale e risoluta confessione di una donna fiera dei propri atti e delle proprie ragioni, riesce a rendere fiero, risoluto e sensuale il paesaggio in cui questa donna è sempre vissuta. Ogni atomo di passato trasforma la percezione del presente, ogni oscillazione del pendolo influenza l’oscillazione successiva. E viceversa: una vita di tradimenti sembra più accettabile se il tradimento è consegnato ad uno ieri lontano, e l’oggi è soltanto la superficie placata del racconto. Andare a destra condizionerà per sempre il tuo sguardo e le tue opinioni sulla sinistra. La tua Sicilia non sarà mai quella da cui eri fuggito.

Dante Albanesi (“La Linea dell’Occhio”)

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