“Quattro mesi, tre settimane, due giorni” di Cristian Mungiu

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IMMAGINI-GABBIA 

Spazio immobile, Tempo congelato. Cristian Mungiu parte dalla visione pedinatoria della linea Kiarostami-Dardenne-Kaurismäki, ma per giungere a qualcos’altro. Ciò che nei suoi maestri è lirismo primitivo, verismo proletario, astrazione fiabesca, qui si traduce in inquietudine cosmica. Mungiu coltiva l’angoscia del piano fisso, la tensione che solo un’inquadratura statica sa far crescere al proprio interno, come un feto indesiderato. Sguardo teatrale, inerte, che si specchia nella rigidità dell’ambiente e degli attori, nell’assoluto distacco di dialoghi terribili.  

Quattro mesi, tre settimane, due giorni: un titolo che è un conto alla rovescia. Per Mungiu, l’essenza del cinema è proprio in questo meccanico consumarsi del tempo. Tempo che trova la sua tragedia perfetta nell’indeformabilità, nel divieto di tagliare qualcosa, gli istanti più spiacevoli, i traumi insopportabili. Come nell’immenso pianosequenza della cena coi parenti del fidanzato, con Otilia circondata da una selva sfocata di piatti, bottiglie, mani, sigarette, blaterare insulso di gente troppo ricca e irrimediabilmente lontana da lei. Ogni scena è un travaglio da subire, e l’Immagine-Tempo di Deleuze diviene Immagine-Gabbia. Otilia passa da una prigione all’altra. La stanza d’albergo, il convitto, l’università, la casa dei suoceri, l’auto dello stupratore, la città, la Romania: luoghi impersonali da condividere forzatamente con estranei. Anche un figlio è un intruso che occupa il tuo ventre.

Poi, in quella corsa notturna alla ricerca di un taxi, lo spaziotempo di Mungiu si scongela, e all’improvviso ci ritroviamo in un Lynch dell’Est Europa, perso in un carrello affannoso che insegue al buio la nuca della protagonista. Qui sembra iniziare un altro film, forse una fuga, o la rivalsa sul colpevole. Ma è solo una breve deviazione: Otilia torna in albergo e ritrova Gabita, che subito dopo l’aborto (come dopo aver sbrigato una faccenda) è scesa al ristorante. Si siedono a mangiare insieme, anche se tra loro è ormai calato un abisso. Come un animale, Gabita sembra aver già dimenticato tutto; Otilia sa di essere per sempre prigioniera.  

Dante Albanesi (“La Linea dell’Occhio n°56) 

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