Phil Mulloy

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Sono neri, brutti, nudi, scheletrici, il naso oblungo, gli occhi come minuscoli fori bianchi, la bocca come la griglia di un radiatore. Non parlano, si muovono in branco, sanno essere crudeli fino all’idiozia. Possono uccidersi per i più futili motivi. È l’umanità disumana del disegnatore inglese Phil Mulloy, omaggiato dall’ultimo Festival del cortometraggio di Siena (19-27 novembre 2004).

Ribaltamenti, accumuli paradossali, casi limite: Mulloy impiega da maestro tutti i più classici procedimenti della satira. In The Chain, un bimbo scarabocchia un innocente disegnino, e come risultato il mondo intero va in guerra. In The Discovery of the Language una tribù “primitiva” scopre le parole e con esse la capacità di dare un nome al proprio sesso: imparano così a vergognarsene, ad odiarlo, e ben presto a vietarne la libertà… Esilarante è la serie dei Ten Commandments, dove i precetti biblici, come in un Kieslowski inacidito, diventano norme assurde che svelano la natura perversa delle religioni organizzate (sesto comandamento: commetteresti adulterio se fossi intrappolato con una donna in un’astronave?). Per fortuna anche la razza più orrenda ha i suoi stranieri da odiare; ecco allora la trilogia di Intolerance (beffarda parodia dei film sulle invasioni aliene), dove conosciamo il pianeta Zog, i cui abitanti hanno la testa tra le gambe e i genitali sul collo, con tutte le intuibili varianti negli usi e costumi… E mentre le immagini mostrano azioni orripilanti, una pacata voce narrante da documentario BBC li descrive come la cosa più consueta del mondo.

phil-mulloy_cowboy1.jpgProfonda riflessione umanista è The Wind of Changes, tratto dalle memorie del grande violinista rumeno Alex Balanescu: il racconto della sua emigrazione negli Stati Uniti, e il suo amaro disagio nel sentirsi un “professionista” dell’arte, costretto dal Sistema a vendere il proprio talento come un operaio vende la propria forza-lavoro. Condannato ad una cieca competizione contro i propri colleghi. A coltivare una vuota e forse inutile perfezione per un pubblico elitario che da lui si attende soltanto l’educata ripetizione dello stesso spartito.

Mulloy è scettico, irriverente, ed è probabile che non ci ami. La sua grafica minimalista fonde espressionismo e brutalità punk, ma dai suoi scenari di fanta-sociologia emergono evidenti i fantasmi di Jonathan Swift, Samuel Johnson, G.B. Shaw, e di tutta quella filosofia inglese che per secoli ha dubitato ridendo della serissima morale degli altri. Se Disney è il cuore dell’animazione, Mulloy è il ventre. 

Dante Albanesi (“La Linea dell’Occhio” n.51)

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