“Nemico pubblico” di Michael Mann

Public Enemy (USA, 2009)

“Forse sono seduti tra di voi. Potrebbero essere nella vostra fila. Voltatevi a destra. E voltatevi a sinistra.”

John Dillinger è al cinema, quando all’improvviso si ritrova a guardare se stesso. La sua foto segnaletica, all’interno di un cinegiornale che denuncia i suoi crimini. Gli accoliti della sua banda si allarmano, vorrebbero dileguarsi. Dillinger invece si copre per un attimo il volto, come per un riflesso condizionato; poi si calma, una volta di più sceglie di stare al gioco. Nel soffitto sopra la sua testa si accende un lampadario, enorme e minaccioso come un’astronave aliena. Una voce dallo schermo ordina con solerte inquietudine: “Voltatevi tutti a destra. E voltatevi tutti a sinistra.”

Come muti automi (vent’anni prima degli ultracorpi di Don Siegel), gli spettatori eseguono. Con un ghigno ironico, soltanto Dillinger resta immobile. Guarda avanti a sé, uomo libero in una landa di anonimi oppressi. (Da dove viene questo incanto? Hitchcock, 1951, la partita a tennis di Delitto per Delitto. Centinaia di spettatori che si voltano a destra, e a sinistra. Poi un fulmineo zoom in avanti isola il cattivo, che fissa verso di noi.)

Più delle donne, del denaro, dei motori, è il bisogno di stare in scena il punto debole di Dillinger. La fame di palcoscenico, che converte in spettacolo anche l’intervista che segue l’ennesimo arresto. Conquistare il servizio di un cinegiornale, assieme ai Lonely Tunes e all’incoronazione del re d’Etiopia, vale più di qualsiasi rapina (come per Roxie Hart di Chicago sopprimere il marito equivale ad assurgere a diva). “Tu non pensi al di là dell’oggi e del domani”, lo rimprovera Franchette. Dillinger ha sconfitto ogni dubbio e ogni angoscia bruciandoli in un eterno presente, sfuggente ed istantaneamente dimenticabile come il passaggio di un fotogramma. Un’accecante fuga (zoom?) in avanti. Prigioniero di tale moto rettilineo uniforme, per sincerarsi di esistere ancora, Narciso deve toccare da vicino la propria immagine, ogni propria immagine. Una sua amica si reca al commissariato per un banale rinnovo della patente. Dillinger la accompagna, con la follia di un giocatore d’azzardo decide di entrare anche lui. E in una surreale sequenza muta, l’uomo più ricercato del mondo entra in ascensore, percorre un corridoio, varca una porta dov’è scritto “Dillinger Squad”. È la sezione esclusivamente dedicata alla sua cattura. Incredibilmente invisibile, invulnerabile, sfiora impiegati assorti e scrivanie, fino ad una bacheca che sembra attirarlo a sé, ricoperta di mappe, appunti, trafiletti… Il film della sua vita, in forma di sceneggiatura disfatta. Come Ulisse nell’Ade, come Noodles in C’era una volta in America, Dillinger riconosce il proprio nemico personale numero uno: il Tempo. Scorre turbato le immagini dei propri compagni uccisi, congelati per sempre in una foto segnaletica; e al termine di questa disperante via crucis lo attende il proprio volto, unico vivo in una catena di morte. (Antonioni, 1974. Jack Nicholson in Professione: Reporter scruta da vicino il cadavere a cui ruberà l’identità).

Ultimo atto. Dillinger di nuovo al cinema. Sullo schermo Manhattan Melodrama, dove il gangster Clark Gable sembra ispirarsi proprio alla sua figura. Riemerso dopo dieci anni dal nulla sottovuoto del carcere, il giovane John scelse i film come genitori e maestri. Zelig si trasformava negli altri per paura del mondo, Dillinger si eleva a divo per far paura al mondo. Ma ora lo specchio gli si è rivoltato contro: è il cinema a copiare la sua vita. L’imitatore è divenuto il modello. E in quell’istante il Nemico Pubblico realizza di essere ormai soltanto un’immagine, come i suoi compari allineati su quella bacheca. Già morto, già cinema. Come se il presente che si illude di dominare fosse solo un flashback. Esce in strada, prova ancora a perdersi tra la folla. Ma sente che alle spalle c’è un poliziotto che sta per sparargli. E nel folle miraggio di congelare gli eventi con uno sguardo, questa volta è Dillinger a voltarsi. Non a destra, non a sinistra. Indietro.

dante albanesi

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