Momir Matovic

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MOMIR MATOVIC: I VIANDANTI TACITURNI

Un paesaggio desolato. Un enorme dirupo, senza un ponte. L’unico modo per attraversarlo è un’incredibile funivia, sulla quale scorre una sorta di gabbia metallica in grado di contenere una sola persona alla volta. Non c’è commento, non vi sono interviste: le immagini seguono uno ad uno gli umili rassegnati che si affidano a questo marchingegno cigolante, lanciato a folle velocità sopra un vuoto infinito. Zica zivota (Il filo della vita, 1996, 17’) è forse uno dei documentari più intensi di Momir Matovic, regista nato nel 1951 a Titograd, nel Montenegro. Matovic ama i lunghi tragitti, i silenzi, i gesti che si ripetono, gli individui solitari. Il suo Montenegro è terra di pietre e strapiombi, di sorgenti anfrattuose, di vacche e ruggine: in Obala zivota (Il margine della vita, 1984, 13’), un’anziana donna si occupa quotidianamente della manutenzione di un ponte incredibilmente precario, utilizzando una pietra al posto del martello. Nei brevi momenti di riposo si siede su una roccia, mastica un pezzo di formaggio, si arrotola una sigaretta; e il suo primo piano assorto, mentre dalle labbra sbuffa via un filo di fumo, è indimenticabile.

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Il margine della vita

Atroce e secco è Noc duga 68 godina (La notte lunga 68 anni, 1991, 17’). Jelica Delevic è l’ultima anziana abitante del villaggio di Timojeviu; seguiamo, senza lo spreco di una sola parola, una sua tipica giornata di lavoro: la risistemazione del recinto, l’accensione del camino, il taglio della legna, il mangime alle bestie. Verso sera, al buio della capanna, la vecchia si avvicina a delle vecchie foto attaccate su una piccola nicchia; le sfiora con le dita, sacralmente, e solo ora un primo piano ci rivela la sua cecità. L’unico intervento della sua voce over chiude il film e ci spiega il significato del titolo: Jelica ha 74 anni ed è cieca da quando ne aveva 6. “La cosa che ricordo di più degli ultimi giorni sono gli occhi azzurri del maestro del villaggio.”

Una delle caratteristiche di Matovic è poi la commistione di elementi ultra-veristi con altri apertamente surreali. Ne è un esempio Metri zivota (I metri della vita, 1986, 13’): Ujkan Mekulovic, 70 anni, sordomuto dalla nascita. Tutti i giorni percorre a piedi, da solo, i sei chilometri che separano la sua casa dal cinema del paese; il suo lento procedere è commentato da una musica stile “paesaggio lunare”. Il suo posto in sala, sempre prenotato per lui, è accanto ad una vecchissima stufa a legna. Inizia il film: un western con Giuliano Gemma! Sullo schermo infuria una sparatoria, ma ora anche Ujkan appare con una pistola in mano e spara divertito contro le ombre rigate dello schermo.

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la notte lunga 68 anni

Kao I Sjutra (E come domani, 1988, 11’) descrive il viaggio quotidiano di alcune ragazze di campagna e dei loro muli, stracarichi di taniche di plastica da riempire con l’acqua del vicino lago. Sulla riva si trova anche un piccolo nugolo di turisti, tutti in costume da bagno; le acquaiole sembrano invece uscite da una stampa ottocentesca. L’acqua come svago, l’acqua come necessità: alieni uno all’altro, i due gruppi non si sfiorano, non comunicano. Ma poi, colmando lentamente la sua tanica, una delle contadine incontra per un attimo lo sguardo dolce di una ragazzina che galleggia sul suo materassino: due mondi e due tempi sembrano sciogliersi in questo contatto muto.

Per i camminatori di Matovic, la vita – la zivota – è troppo concreta, pietrosa, per accettare che qualcun altro (il turismo o il cinema) possa considerarla un gioco. Per questo, di Posljednja bioskopska predstava (L’ultimo spettacolo di cinema, 1992, 17’) resta indimenticabile il racconto del proiezionista che è costretto ad interrompere Mezzogiorno di fuoco per colpa di un black out, allora sale sul palco e così congeda il pubblico che non vuole assolutamente andarsene: “Vi racconto il finale: Gary Cooper vince la sua battaglia e sopravvive! Potete tornare a casa tranquilli!”

Dante Albanesi (“La Linea dell’Occhio” n. 38)

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