Mikhail Kobakhidzé

La casa forse è solo una cabina. Ha una stanza, una porta, una finestra, ed è sperduta in un luogo strano che sembra una cava di pietra. L’omino è un capostazione, o forse ha soltanto “deciso” di esserlo (magari non è un lavoro, ma un passatempo, per non sentirsi inutile nell’universo). Il treno passa una sola volta al giorno; in quel momento l’omino abbandona ogni occupazione, corre alla cabina e soffia una trombetta sfiatata: è il segnale al suo collega spaccapietre per scostarsi dai binari. Poi l’omino solleva una specie di bandierina e resta impettito finché i vagoni non svaniscono all’orizzonte. Quando non lavora, l’omino ha una passione: suonare il flauto per la sua fidanzata, che da sempre lo ascolta rapita. Finché un giorno la sua attenzione è attratta da un elemento nuovo: un ombrello, dotato di vita propria, capace di volare, di fuggire via per poi riapparire, di far innamorare di sé ogni essere umano.

Kolga (L’ombrello, 1967) è una sublime favola d’amore di Mikhäil Kobakhidzé, grande poeta del cortometraggio dalla carriera incredibile e unica: nasce a Tbilisi (Georgia) nel 1939 e gira soltanto 5 corti tra il 1961 e il ’69. Nei racconti di Kobakhidzé il cinema indietreggia di mezzo secolo, rivelando un poverismo stilistico estremo: bianco e nero, sonoro da comica muta, rivolte surrealiste degli oggetti, universi narrativi semplificati ai minimi termini: un ragazzo, una ragazza, una strada per inseguirsi, una stanza per amarsi. Idilli impalpabili, tra il fumetto e la marionetta, che sembrano scritti da Chaplin e girati da Truffaut. L’amore, dice Molodaya Lioubov (Amore giovane, 1961), è una forma di regressione all’infanzia: si gioca a nascondino, si spostano gli oggetti altrui e ogni beffa torna puntuale al mittente. Quando trovano davanti a sé una donna, gli uomini di Kobakhidzé diventano instancabili camminatori (Karoussel, Carosello, 1962), perseguitanti ai limiti del maniacale. Ma tra i due sessi non c’è mai violenza: solo accettazione di un gioco collettivo, un allegro carosello, dove il sogno di felicità (Kortsili, Il matrimonio, 1964) è il contrappunto fugace di un finale amaro.

en-chemin-KobakhidzeKobakhidzé rifiuta la parola in modo ancor più terminale di Chaplin. Tutti i dialoghi sono coperti da musica, mentre quello tra i due spasimanti di Karoussel è addirittura fatto di cinguettii. Per il resto, la colonna sonora è dominata da rumori di scena e da un uso massiccio di musica intradiegetica (il cinema di Kobakhidzé è pieno di musicisti). Musikosebi (I musicisti, 1969) è il punto definitivo di questa ricerca: nessun luogo riconoscibile, solo uno sfondo bianco privo di qualsiasi coordinata; non più un uomo e una donna, ma due uomini; nessun dialogo, ma un confronto/scontro che si nutre di giochi, armi e strumenti musicali. La struttura narrativa rimane la stessa (una coppia e i suoi meccanismi di attrazione e ripulsa), ma ogni contesto realistico si è dissolto: ciò che resta pare un documentario su insetti da laboratorio. In questo abbacinante nulla, il rumore dei passi echeggia spettrale; l’ostinazione dei personaggi perde ogni aura romantica, ogni motivazione sociale, per tingersi di grottesco. Nel suo progressivo sforzo di rarefazione scenica, Kobakhidze si spinge ai confini del cinema astratto.

Lo stile di Kobakhidzé era assai poco in linea con i dettami del Realismo Socialista, che non a caso lo interdirà dal cinema per decenni (destino condiviso col connazionale Serghej Paradžanov). Solo negli anni ’90 la sua opera viene riscoperta dai festival internazionali. E il fatto che più di trent’anni dopo, nel 2002, Kobakhidzé sia riuscito a girare un nuovo corto, è realtà o è un’altra delle sue fiabe? L’insperato ritorno si chiama En Chemin: un uomo, elegantemente vestito, emerge come Venere dalla spuma del mare, trascinando con sé un cumulo di valigie grandi e pesantissime, che a poco a poco sembrano moltiplicarsi, inseguirlo, prendere il volo, non abbandonarlo mai. L’eterna lotta tra la libertà dell’uomo e il bagaglio della propria esistenza, dei suoi ricordi più ingombranti. Il desiderio di un autore di infrangere la marea del tempo, di fingere che la vita non sia passata, o non sia passata invano. Con la speranza, forse fra altri trent’anni, di vedere il settimo corto di Mikhail Kobakhidzé.

dante albanesi

_________________________

questo articolo prosegue qui

Annunci
  1. Pingback: 'O Curt | Avison

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...