libertà?

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Ogni immagine in movimento è un recinto, una gabbia ricavata in uno spazio-tempo infinitamente più esteso. Dunque ogni volta che il cinema racconta una prigionia, racconta se stesso.

In the cut, una storia di corpi. Di sessualità racchiuse dentro anime che si sentono inadeguate. Frannie sogna il padre che pattina e trancia le gambe di sua madre. Tanti anni dopo, trova il corpo della sorella fatto a pezzi, la testa racchiusa in una busta di plastica. Forse il colpevole è proprio il suo amante, un poliziotto che sta indagando sul caso… Una sera, tormentata dai sospetti, riesce a tramortirlo, lo immobilizza alla parete con le sue stesse manette. Poi esce disperata nella notte: ad attenderla c’è il vero assassino. Lo affronta, miracolosamente lo uccide. È ormai l’alba: Frannie torna affranta dal poliziotto, gli si accoccola in grembo. Ma le manette restano… In Jane Campion la paura del maschio sconfina nel desiderio di dominarlo.

Alla ricerca di Nemo. Il piano d’evasione è semplice: occorre attendere che il dentista svuoti l’acquario per la pulitura mensile. Quel giorno tirerà fuori tutti noi pesci, ci chiuderà in tanti sacchetti di plastica pieni d’acqua e ci appoggerà sulla scrivania. Una volta lì, sarà sufficiente trascinarci, rimbalzare in qualche modo fino alla finestra e gettarci dal davanzale. Dopodiché c’è da attraversare una strada trafficatissima, raggiungere il molo, un tuffo ed eccoci ritornati in mare! Ma c’è ancora un problema: come usciamo da questi sacchetti? La Pixar, anima beffarda della Disney, inventa una delle chiuse più amare degli ultimi anni: lo spazio sconfinato dell’oceano e l’infrangibile carcere della plastica; l’immensità della Natura e la gabbia sottovuoto della Civiltà. Anche nell’acqua si tracciano confini.

Come in tutto Lars Von Trier, anche in Dogville si alternano due visioni: uno sguardo “basso”, quello degli umani, che si consuma tutto nella macchina a mano, tra inquadrature scisse e movimenti ansiosi; e uno sguardo “alto”, divino, spada di Damocle perennemente a piombo sulla scena, che si muove secondo perfette carrellate aeree, come se scorresse lungo le passerelle che sovrastano ogni palcoscenico. Questo secondo occhio, puramente panoramico e contemplativo, penetra di fatto nell’azione solo in un caso: quando Grace tenta la fuga su un furgoncino di mele, celata sotto un telone. Ma nella città trasparente di Dogville nascondersi è impossibile: l’obiettivo plana con uno zoom in avanti a isolare il telone, che si fa trasparente come carta velina, come un utero che racchiude il feto. Un piano-sequenza interminabile, insostenibile, un buco nero che imbriglia spazio e tempo. Il furgone è partito? Si ode il rombo del motore, si nota lo sballottare del carico. O forse, come i crociati al galoppo dell’Aleksandr Nevskij, è solo un falso movimento? Alla fine Grace solleva il telone: siamo ancora al punto di partenza, circondati dai nostri nemici. Stupendi quei film dai cui ci sembra vietato fuggire.

Dante Albanesi (“La Linea dell’Occhio” n.48)

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