Jean Rouch

 

Il 20 febbraio 2004, nella regione di Tahoua, nel Niger, Jean Rouch muore in un incidente stradale. All’età di 86 anni scompare uno dei padri del documentario moderno, tra i principali ispiratori della Nouvelle Vague. La sua vita è terminata dove cominciò il suo cinema, giacché proprio in Africa Rouch girò i suoi primi corti, e nel ’57 uno dei suoi capolavori: Moi, un noir. Un’opera che, rivista oggi, appare come il reperto archeologico di un certo tipo di cinema etnografico che in seguito mutò radicalmente, rinnegando in gran parte le sue radici. Più che uno sguardo diretto sul reale, Moi, un noir è un gioco con la finzione; più che una testimonianza di verità, è la cronaca di una fuga nel sogno.

Siamo a Treichville, sobborgo di Abidjan, in Costa d’Avorio. Con una narrazione in forma di diario, una settimana nella vita di un gruppo di giovani immigrati nigeriani. Le lunghe giornate di lavoro come venditori ambulanti, manovali, scaricatori di porto. Poi il sabato e la domenica, il breve miraggio del tempo libero, dove i protagonisti si svestono della loro identità reale per assumerne un’altra, presa a prestito dall’immaginario cinematografico: Edward G. Robinson, Tarzan, Eddie Costantine, Dorothy Lamour… Quarantotto ore di boxe, calcio, partite a carte. La visita in chiesa all’ossessiva ricerca di donne. La gara di ballo, e un pittoresco rodeo con cavalli sostituiti da bici. I locali notturni, densi di musica, alcool, frustrazioni e risse. Ma all’alba torna inevitabilmente il lunedì, e ognuno torna a specchiarsi nella propria quotidiana miseria.

Figlio della sua tecnica, Moi, un noir è completamente privo di sincronismo audiovisivo, e soprattutto di interviste. Gli ansiosi vagabondaggi dei ragazzi sono accompagnati dalle loro voci over che illustrano le proprie “imprese” con accenti ironici e favolistici. Il contrasto è suggestivo: sembra di ascoltare il commento improvvisato di qualcuno che rivede se stesso in un vecchio filmino. E tale metodo si fa quasi disturbante quando queste voci, durante le rare scene di “dialogo”, arrivano a doppiare se stesse; o quando assumono addirittura il ruolo di colonna sonora musicale, bofonchiando ingenue canzoncine.

Immagini senza suoni associate a parole senza corpo: Rouch pone a netta distanza il suo soggetto. Ciò che è importante non è la realtà in sé, ma quella patina di irrealtà che avvolge i diseredati di Treichville, nutrita di cinematografo, eroi dello sport, fedi religiose: quell’intrico di sovrastrutture che proprio in quegli anni imparammo a chiamare “alienazione”. La vera vita non è lì, ma ci attende da un’altra parte. Il finto Edward G. Robinson è più autentico di Oumarou Ganda che lo interpreta; il francese pulito e istituzionalizzato imposto alla Costa d’Avorio da un potere lontano è più sincero della lingua africana (che nel film non si ascolta mai); le azioni recitate sono più genuine di qualsiasi inquadratura ingenuamente rubata alla realtà.

É la tipica costruzione in abisso: non un documentario sui giovani dell’Africa centrale, ma sul modo in cui questi giovani sanno fingersi se stessi, sanno mentire su se stessi, coscienti che questa menzogna non fa che porre meglio in risalto l’inconfessata realtà. Un tentativo di auto-rappresentazione, di auto-determinazione, messo in atto in un paese e in un’epoca in cui ciò era politicamente impossibile. E, per colmo di ironia, tale disperato autoritratto è esternato proprio con la lingua dei padroni (il francese), con gli schemi delle sue mitologie (cinema, sport, religione), e agli “ordini” di un regista straniero. Nel suo approccio “scientifico”, Rouch affronta senza remore (ma sempre virandoli in tono ilare e “ottimista”) temi segreti come la prostituzione, l’alcolismo, lo sfruttamento minorile, la disparità economica, e la parola che riassume tutto questo: Colonialismo. Ma la critica sociale non gli impedisce guizzi di grandissimo cinema. Vedi la gita al mare, quando il suo sguardo sembra incantarsi dinanzi a questi floridi corpi scuri che fanno capriole sulla sabbia, saltano tra le onde, bevono birra spensierati, mentre il sole si riflette sul costume bianchissimo delle ragazze e sulle fronti bagnate dei loro spasimanti.

Moi, un noir rivela momenti “misteriosi”, dei quali forse oggigiorno ci sfugge il vero spirito. Edward G. Robinson tenta di sedurre Dorothy Lamour in un locale; ma la fidanzata gli viene soffiata dal solito turista italiano (nel suo parodistico accento romanesco); depresso, Robinson resta inchiodato al suo tavolo ad imbottirsi di birra, finché non provoca un tafferuglio e viene gettato fuori a calci. Stacco. Ora vediamo Dorothy che si sdraia sul suo letto, si sveste, si copre il volto con le mani, sorride col candore di un’adolescente. Probabilmente – pensiamo – si sta spogliando sotto gli occhi dell’italiano. Il quale però in questa sequenza non appare mai: c’è soltanto lei, e il suo sorriso si stampa proprio verso la cinepresa, verso tutti noi turisti, stranieri, spettatori, registi, colonialisti a vari livelli. Cosa rappresentava quella scena per “Dorothy”? Un gioco? Un lavoro? Un atto di obbedienza verso l’ennesimo uomo bianco europeo? Lei è davvero una prostituta che recita se stessa? O un’attrice che finge un ruolo a lei estraneo? Forse ogni prostituta è anche un’attrice? E ogni recita è una forma sublimata di prostituzione?

Infine il racconto chiude su Robinson che, smaltita la sbronza, confessa ad un amico la sua avventura più grande: la guerra in Indocina. Mentre racconta si getta a terra immobile: “In ogni istante potevi ritrovarti morto.” E sulla coloratissima estate della Costa d’Avorio si ode un lontano rumore di bombe. La verità dei suoni smaschera la falsa scenografia dell’immagine: c’è sempre una guerra, anche se invisibile. Quella stessa invisibilità che ha accompagnato Jean Rouch, scomparso nel silenzio delle pagine degli spettacoli, prostrate alla programmazione televisiva; nell’amnesia delle videoteche dove il documentario non esiste; nel vuoto dei cinema dominati dalle multinazionali; nel nulla delle televisioni ammorbate dai reality-show. Su questa censura inodore e morbida sarebbe da fare un documentario.

Dante Albanesi (“La Linea dell’Occhio” n.49)

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...