Jean Louis Comolli

TECNICA E IDEOLOGIA

di Jean Louis Comolli  (Pratiche Editrice, Parma, 1982, pagg. 127) 

È esistita un’età d’oro della critica, quando scrivere cinema non era soltanto la monografia di attori e registi, ma soprattutto riflessione sul mezzo, sguardo materialista su quel vasto corpo semiotico che si chiamava “dispositivo cinematografico”. In Tecnica e ideologia (raccolta di saggi apparsi nel 1971-72 sui “Cahiers du Cinéma”, del quale Comolli fu direttore dal ’66 al ’78) si assiste alla messa al bando di ogni (pre)giudizio impressionista, moralista o politico. Comolli parla di un “meccanismo” che ha davanti a sé, e lo smonta col vigore distaccato di un entomologo: “Una società non è altro che il suo cammino verso la rappresentazione. Se la macchina sociale fabbrica rappresentazioni, si fabbrica anche essa stessa, a partire da rappresentazioni, attuandosi queste come mezzo, materia e condizione della socialità.”

La storia del cinema non è dunque il percorso razionale e rettilineo del suo perfezionamento tecnologico, non è la mera invenzione di una macchina da presa, di un proiettore o di una pellicola, poiché tutti questi oggetti erano già virtualmente inventati più o meno cinquant’anni prima di Edison e Marey. Perché diventassero utili (e dunque diventassero veri) era necessario che si costituisse un’altra cosa, cioè la macchina cinema: un sistema “che riuscisse a combinare insieme domande, desideri, fantasmi, speculazioni (nel doppio senso del commercio e dell’immaginario): quella combinazione che dà agli apparecchi e alle tecniche uno statuto e una funzione sociali.”

Da qui, ogni figura stilistica, ogni innovazione tecnica del cinematografo, sono state la pronta risposta a questo bisogno. Ad esempio, la profondità di campo che domina dai primordi fino al 1925 obbedisce ad un’esigenza di realismo fotografico; salvo poi sparire completamente con l’avvento del sonoro, che porta alla dissoluzione del cinema come montaggio (sviluppato dai registi sovietici e dalle avanguardie formaliste) e alla definitiva consacrazione del découpage hollywoodiano, basato sulla riproduzione trasparente di una scena fatta di parole, su un taglio che non deve farsi notare, perfetta trasposizione del teatro borghese ottocentesco.

Non è mai esistita, come s’illudeva Bazin, una fantomatica “vocazione realista del cinema”: c’è stata piuttosto la volontà che un certo tipo di immagine in movimento prevalesse rispetto a tutte le immagini possibili: un cinema che nasce da subito come congegno sociale, produttore di redditività economica, ideologica e simbolica. E in fondo, ci suggerisce Comolli con un filo di ironia, i veri inventori del cinema sono stati gli spettatori.

 

dantealbanesi “La Linea dell’Occhio” n.55 

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  1. Interessante questo discorso.. si potrebbe riscrivere una nuova storia del cinema partendo da qui!

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