Jay Rosenblatt

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JAY ROSENBLATT: I RESTI DELLA VISIONE

Hitler, Mussolini, Stalin, Franco, Mao. Cinque brevi ritratti, cinque confessioni nelle quali lo statista racconta se stesso: abitudini alimentari, gusti cinematografici, piccole manie di persecuzione e di grandezza. Nessun accenno a guerre, stragi, lager. Hitler odia il fumo e coloro che fumano, Mussolini dorme sette ore a notte, Stalin beve un bicchiere di vino a pasto, Franco sa “di non essere interessante come i suoi colleghi”, Mao adora i letti affollati di ragazzine… Su questo flusso verbale, lo schermo allinea straviste immagini di repertorio, il bianco e nero rigato, gli assemblaggi casuali dei cinegiornali. E ci si abbandona d’istinto ad una televisiva illusione di realtà. Ma sotto pelle si fa strada il sospetto del falso. Sono le loro vere voci? No, soltanto perfette imitazioni. Sulle quali si sovrappone, come nel più compito stile BBC, la traduzione asettica del commentatore inglese. Ogni frase, ogni singola dichiarazione resta pura verità, rilevata da ponderosi testi storici che Rosenblatt elenca minuzioso nei titoli di coda. Ma tale profluvio di notizie insignificanti e triviali, una volta estratte dal loro contesto, unite assieme, recitate in tono pacato e perentorio, declinate in un tempo imperfetto che sa di spettrale, si trasformano in qualcosa d’altro, di romanzesco e malato. Il cinema non è più la vita senza le parti noiose. È il fuori campo banale dell’atrocità.

Human Remains (1998) è l’epitome dello stile di Jay Rosenblatt, omaggiato al Festival di Pesaro 2002. La sua arte nasce tra gli avanzi della nostra cultura visiva, tra le sequenze rimosse del cine-inconscio collettivo. Recuperata, assemblata a qualcosa di diverso e inaspettato grazie alla tecnica del found-footage, ogni immagine risorge a vita nuova. E l’era del montaggio torna all’anno zero dell’effetto Kulešov. In Short of Breath (1990), l’inquadratura di un ragazzino che sbircia da una porta socchiusa (estratta da un filmato educativo anni ’50) è giustapposta all’inquadratura di una donna (da un documentario anti-droga anni ’30) che si getta disperata da una finestra. Così, da due rulli lontanissimi, la regia stabilisce un raccordo sullo sguardo tra un figlio e una madre, inventa una famiglia e nello stesso momento una tragedia che la distrugge. Ebreo, newyorchese, ex psicoanalista, Rosenblatt parte dall’underground ma approda inevitabilmente a Woody Allen. Il delizioso King of the Jews (2000) rievoca la sua infanzia all’ombra di una madre bigotta che, per timore di pronunciare invano il nome di Jesus Christ, lo sostituisce ogni volta con “Jersey City”. Ma un bel giorno al cinema danno Il re dei re di Nicholas Ray, e la tremenda rivelazione piomba sul bambino: Gesù è ebreo! Parte da qui un’esilarante (ma quanti l’avranno presa sul serio?) discussione storica: chi ha detto che i colpevoli della crocifissione siano gli Ebrei? In realtà i veri colpevoli sono i Romani. E su questa frase, appare l’immagine di una legione fascista in marcia… Worm (2001) racconta invece un altro episodio “reale” dell’infanzia, i vermi che cadono con la pioggia: “Ero già abbastanza grande da non crederci, ma ancora abbastanza piccolo da non esserne sicuro.”

Vero e proprio trattato di psichiatria infantile è poi il cupo The Smell of Burning Ants (1994), stridente riflessione sui dolori della crescita dal punto di vista maschile. La socializzazione attraverso la paura, il potere, la vergogna. La divisione di ogni combriccola di ragazzini in tre ruoli distinti: il bullo, la vittima, e colui che guarda (colui che resta fuori dalla scena: forse un futuro regista). Bruciare formiche diviene così un atto di appartenenza al gruppo, una prova di forza, di assuefazione alla crudeltà… Ma il cuore segreto di Rosenblatt (riusciremo mai a penetrarlo più a fondo?) è forse nel fulmineo Nine Lives: the Eternal Moment of Now (2000): in sessanta secondi un gatto sogna le sue vite passate, dalla Sfinge dell’antico Egitto all’infinito presente di un balzo dalla vetta di un sofà. Il gatto di Rosenblatt è il cinema che attraversa spazi e tempi sterminati e si reincarna ad ogni ennesima visione, ad ogni graffio che lo sbrindella e lo ricuce.

Dante Albanesi (“La Linea dell’Occhio” n.43)

www.jayrosenblattfilms.com

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