“Io ti salverò” di Alfred Hitchcock

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Spellbound (USA,1945) 

Tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana, la televisione mostrava i film degli anni ’40 in prima serata. In quei giorni, c’era gente che amava il cinema “realista”, quello che “somiglia alla vita”, alle cose di tutti i giorni; altra gente amava il cinema “fantastico”, quello che “trasporta in altre dimensioni”, verso epoche remote e luoghi favolosi. Io invece (ed era una scelta di puro istinto) preferii da subito un terzo genere: quei film che sembravano somigliare alla vita, ma che in qualche modo misterioso la negavano. Che guardavano la realtà come si visita un pianeta alieno, percorrendola in un misto di curiosità e timore, con allarmata meraviglia. Questi film traboccavano di “segni” che all’epoca sapevano rapirmi: controluce, chiaroscuri, grandangoli, distorsioni, soggettive ubriache, montaggi instabili, e soprattutto sequenze che frantumavano lo spazio-tempo del racconto, per perdersi tra sogni, ricordi, allucinazioni, presagi… Per tutti questi motivi, Io ti salverò mi attendeva al varco.

E quella sera vidi il bambino che scivola sul tetto e spinge il fratello sulle sbarre acuminate di un cancello. Ingrid Bergman che descrivendo il bordo di una piscina, prende una forchetta e incide quattro righe parallele sulla tovaglia. Il bacio che spalanca sette porte. Gli sci che solcano il bianco della neve, ai bordi di un precipizio. Gregory Peck che fa una lunga fila alla biglietteria della stazione, senza ricordare più nulla del suo passato, ma giunto allo sportello esclama stupefatto: “Roma!” L’uomo con forbici gigantesche che deturpa immensi sipari su cui è dipinta una selva di occhi spalancati. L’infinito tavolo al quale è seduto l’assassino con una carta da gioco tra le dita. La grande mano guantata che impugna una pistola scura, ruota lentamente verso l’obiettivo e fa fuoco.

io-ti-salvero_1.jpgHitchcock parlava di colpa. Ed essendo un esperto in materia, intuì che l’essenza tragica di ogni colpevole era in ciò che Dalì chiamava “persistenza della memoria”: l’impossibilità di cancellare gli atti compiuti, unita all’impossibilità (anche più terribile) di dimenticarli. E quando un simile pensiero trova fissa dimora nel nostro cervello, ogni immagine percepita dai nostri occhi sembra parlare ad esso, ogni immagine si trasforma in esso. Spellbound mi diceva che il cinema poteva essere anche questo: metamorfosi di corpi in altri corpi. Un linguaggio immateriale e agile come musica, un disegno a matita, un’associazione d’idee, un desiderio. Trent’anni non sono bastati a farmi cambiare idea. E solo adesso (dopo Bergman, Kubrick, Fellini, Tarkovskij, Kurosawa, Lang, Buñuel) mi rendo conto che per una vita ho amato soltanto il cinema che raccontava sogni.

Dante Albanesi (“La Linea dell’Occhio” n.51)

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