“Il cigno nero” di Darren Aronofsky

Racconto sensoriale, sfuggente e irripetibile come il passo di una singola danzatrice all’interno di un balletto, Il cigno nero incarna ciò che il cinema sa fare meglio di qualsiasi altra arte (o tuttalpiù al pari della danza): la storia di un corpo. Ecco perchè non interessa tanto la narrazione in sè, ma il modo in cui la protagonista la abita, correndo cadendo crollando, evadendo da una scena all’altra, colmando i ritardi, replicando all’infinito ogni movenza nel miraggio di divenire “perfetta”. Quello di Nina (Natalie Portman) è un inesausto braccare la trama del proprio destino, febbrilmente consapevole che anche la vita, come il teatro, è uno spettacolo a tempo. La cinepresa si affianca a questo cinema-fuga, in un pedinamento ossessivo che ha per figure cardine (come nel precedente The Wrestler) il primopiano del volto a precedere e il primopiano della nuca a inseguire. Attaccamento occlusivo al personaggio che è figlio naturale di Cassavetes, passando per i Dardenne, per Altman, fino allo splendido Mungiu di Quattro mesi, tre settimane, due giorni. Come ne La signorina Else di Schnitzler, il personaggio è uno solo: tutti gli altri sono proiezioni.

Nina domina il suo habitat come una creatura pre-razionale, animalescamente coniugata al presente. Mentre dei suoi comprimari conosciamo passato, impulsi e motivazioni, le ragioni della protagonista restano oscure, avvolte in un gorgo di pura percezione: il resto del mondo esiste e ha “senso” in quanto visto/toccato/ascoltato/gustato dai suoi occhimaniorecchiebocca. E assimilando tutto l’Esterno (la scena come realtà “virtuale”, pura estensione della sua persona), Nina rende impermeabile il proprio interno. Il suo gesto principale è nascondere: rubare oggetti dai camerini altrui, sottrarsi alle avance del maestro, rintanarsi in bagni e stanze e dietro le quinte di ogni luogo, gettare nella spazzatura i peluche che (come Norman Bates in Psycho) affollano la sua stanza di donna-bambina.

Ma Aronofsky non è tutto qui, perchè questo suo sguardo in fondo “realistico” si deturpa di schegge aliene, generando un inedito Cassavetes/Lynch. Novella Alice nel paese delle meraviglie, Nina segue un percorso di slittamenti progressivi del delirio, dove però il sogno o l’allucinazione non si impadroniscono mai completamente della scena, ma traspaiono per pochi fotogrammi, subliminali come ferite sottopelle (riecheggiando a volte le derive fantastiche di Jane Campion). I quadri della madre prendono vita, il sangue trapela sotto le unghie, le ossa si spezzano, la pelle di cigno avvolge il corpo come in un Cronenberg anni ’80, gli specchi creano nemici inesistenti e mani che graffiano ovunque (e in discoteca, fra lucisuoni assordanti, Nina appare un istante in veste di Cigno Nero?). Fino al sublime momento, di grafica astrazione, in cui la prima ballerina piroetta vorticosa dinanzi al pubblico, mentre la sua figura meravigliosamente si cosparge di piume e immense ali scure; allo scosciare degli applausi la cinepresa balza via in campo lungo: ora Nina è di nuovo umana, ma l’enorme ombra che proietta sul fondale palesa la sua terrificante doppia natura di donna/animale. La vita e l’arte come trasformazione: da ciò che si odia essere a ciò che si vuole diventare. 

d.a.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...