Il buco (1960)

 

Il buco (Le Trou)

Jacques Becker (1960)

(…) è nella sequenza dell’apertura del buco che Jacques Becker cambia il cinema per sempre. Nessuna ellissi, nessun controcampo: gli attori stanno veramente spaccando il pavimento, stanno veramente sudando; e si avvicendano di fronte alla cinepresa, si danno il turno senza sprecare una parola, perché il respiro si fa pesante e ti fa quasi dimenticare che sei solo in un film. Era dai tempi della Démolition d’un mur dei Lumiere che il lavoro (l’azione più invisibile della storia del cinema) non veniva mostrato con tale intensità parossistica, con tale piacere sensuale (e ironia vuole si tratti di un lavoro illegale, colpevole come solo il sesso può essere). E al pari dello spazio indistruttibile che opprime i personaggi, anche il tempo diviene un blocco di granito: una impressionante inquadratura di 3 minuti e 47 secondi mostra le assi di legno che vengono divelte, lo strato di cemento che comincia gioiosamente a graffiarsi, a disgregarsi, a spaccarsi, a ridursi in tanti ciottoli e infine in polvere. Se c’è un cinema che potrà mai assomigliare all’arte materica, ai quadri di Pollock e di Burri, è questo. Abbandoniamo la trama e i suoi caratteri, per farci rapire dallo spettacolo di una scenografia che si frantuma e di uno spazio che si espande. Neanche le tre ore de L’inferno di cristallo ci doneranno un così intenso orgasmo distruttivo. La verità è che in questa oscura cella di un penitenziario francese sta nascendo il piano-sequenza moderno, il desiderio febbrile che sarà di Godard, Bergman, Tarkovskij, Warhol, Wenders, Greenaway, Kiarostami, di prolungare un’immagine fino allo spasimo, fino alle estreme resistenze di ogni libero spettatore. Fino a sfiorare ciò che diverrà dominio immeritato della televisione: il tempo in presa diretta. La prigione più affascinante che il cinema possa concepire. leggi tutto

dantealbanesi

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