“Gerry” di Gus Van Sant

Gerry (Gus Van Sant, 2002)

[la nuova versione di questo articolo è qui]

Ma forse, al di là di ogni valutazione formale, per una volta sarebbe interessante anche un’analisi puramente narrativa. Perchè questo non è il film di qualcuno che si perde, ma di qualcuno che vuole perdersi. Non è il racconto di due personaggi che si smarriscono dentro un luogo, ma di due personaggi che vanno avanti finchè non hanno più la forza di tornare indietro. Osserviamo bene cosa ci mostra Van Sant: i due Gerry intraprendono il loro viaggio senza equipaggiamento, senza una mappa, senza cibo, e soprattutto senz’acqua. Portano soltanto se stessi (il loro “corpo vestito”, direbbe Kafka). Anche presupponendo che nei piani iniziali l’escursione dovrà essere di breve durata, la mancanza di mezzi dei due giovani è palesemente surreale.

La conclusione possibile è una sola: sin dall’inizio Gerry e Gerry vogliono morire. Il loro viaggio è un suicidio mascherato, un annullamento volontario truccato da incidente. Nel loro patto implicito, domandano alla quieta forza della Natura ciò che non hanno il coraggio di fare (di farsi) da soli.

Ma quanti sono i Gerry? In una breve scena Matt Damon e Casey Affleck parlano seduti sulla sabbia. Nel vasto paesaggio davanti a loro compare una figura sfocata, che lentamente si palesa: è Matt. Dunque Casey stava parlando da solo… E’ un indizio che Van Sant ci offre per la lettura del film: se questa era solo un’allucinazione, allora forse tutto il film lo è; se due Gerry possono diventare tre, allora possono essere anche uno. Gerry uccide il suo amico/gemello/doppio, abbandonandolo stremato nel deserto. Ma più precisamente Gerry uccide se stesso. Sopprime la propria parte giovane, entusiasta, ingenuamente votata all’avventura e ad una infantile pulsione di morte. Rigettando questo lato di sè nel deserto (come un rettile si libera della sua vecchia pelle), Gerry diventa finalmente adulto, essere umano intero. Il due torna uno.

dantealbanesi 

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