futurocinema

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In The Village di M. Night Shyamalan, un gruppo di persone atterrite dalla società contemporanea si ritira in una comunità isolata dal mondo, dove usi e costumi regrediscono all’Ottocento. Molte riviste di cinema danno la stessa impressione: continuano a parlare del proprio cortile, senza accorgersi dell’universo che li attende oltre il giardino.

Il cinema cambia, rendendo arcaici molti suoi addetti ai lavori. I critici che da decenni parlano della morte del cinema in realtà parlano della propria morte, ovvero del loro (personale e transitorio) modo di concepire il cinema, di limitarne il campo. Il principale segno di tale presunta apocalisse, ovvero la crisi e la probabile estinzione del cinema nelle sale, non è altro che il graduale inevitabile passaggio da una fruizione di tipo “teatrale” (dove lo spettacolo ha una modalità spazio-temporale nella quale il pubblico non può intervenire fisicamente) ad un’altra di tipo quasi “cartaceo” (la cui durata viene regolata esclusivamente dal lettore). Con il VHS (e i suoi cugini Betamax, Betacam, miniDV…), il testo-cinema manteneva ancora la sua “indeformabilità”: il nastro parte con l’inizio del film e termina con la sua fine. Con il DVD le cose cambiano: ogni immagine, ogni singolo punto del flusso, si fa disponibile in qualsiasi momento, e la “durezza” del testo si è definitivamente dissolta. Ma c’è di più: mentre il VHS poteva essere duplicato con una perdita (più o meno elevata) del segnale, il DVD può clonarsi in infiniti DVD uguali all’originale, può abbandonare il supporto fisico per trasferirsi su computer in formato AVI, esporsi su internet, viaggiare via e-mail… Se l’era-VHS aveva reso il film un oggetto tascabile, l’era-DVD lo ha reso smontabile. Da quando tutti (a parte i critici cinematografici) sanno gestire un progetto Adobe Premiere, ogni film può essere potenzialmente frammentato, ridotto, allungato, ricolorato, rimusicato. Può divenire un’opera nuova, come i collage dei cubisti riscrivevano i quadri del passato.

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Tale contesto provoca inevitabilmente una democratizzazione dell’arte. Ad un frazionamento dell’offerta (sala, videoteca, televisione, canali satellitari, allegati a riviste) corrisponde un allargamento dei mezzi di produzione (l’immagine digitale e i software ad esso legati). Se un film creato per la visione nelle sale può essere tranquillamente manipolato sul nostro computer, allora un film creato al computer potrà sperare di arrivare alle sale. Le ultime telecamere consentono una definizione e una gamma cromatica finalmente prossime a quelle della pellicola; la loro leggerezza e praticità, la velocità dei tempi di ripresa, permettono un incredibile abbattimento dei costi di produzione. Già oltre questa frontiera sono i videocellulari (vera cine-rivoluzione del decennio), che conferiscono alla pratica della regia una dimensione urbana, diaristica, quasi fisiologica. Il Dogma di Lars Von Trier, Collateral di Michael Mann, INLAND EMPIRE di David Lynch, ci dicono questo: la distruzione della vecchia sintassi da pellicola, per l’adozione di uno stile “in diretta”, sporco, mutuato dalle tecniche del documentario e del reportage televisivo. Tutto ciò porta a risultati clamorosi: un film costato milioni di dollari può restare sconosciuto ai più; un video su mio figlio scaricato su YouTube può trovare milioni di contatti.

Chi parla di crisi del cinema, o è un ministro in cerca di fondi o non sa di cosa sta parlando. Il cinema non ha mai avuto successo come oggi: anche lo spettatore più distratto assimila quotidianamente una media di 150-200 minuti di immagini, tra telegiornali, pubblicità, videoclip, filmati su computer o telefonino, schermi stradali. Per un circuito nelle sale sempre più istantaneo, dove un film uscito da tre settimane è ormai irreperibile, lo smercio di audiovisivi si fa sempre più diacronico, emancipato dagli obblighi modaioli dell’attualità. Grazie ad eMule e programmi analoghi, i giovani scoprono Ejzenstejn e Griffith, come in una biblioteca ci si imbatte in Omero. E il mercato si adegua: l’ultimo singolo di Vasco Rossi esce solo su internet, H2Odio di Alex Infascelli salta il rituale delle sale per proporsi direttamente in DVD.

Perché il villaggio della critica è ancora cieco dinanzi a tutto questo? Perché non sa riconoscere il cinema che ha attorno? Certo è un problema di età, di limiti editoriali (quotidiani e riviste prigionieri del vetusto schema scheda-recensione), ma anche di resistenza ideologica, paura di mettere in discussione il proprio ruolo. Su MTV c’è un telefilm comico, “Scrubs”, la cui rapidità di regia e montaggio è superiore al 90% delle commedie degli ultimi dieci anni. My Love, ultimo videoclip di Paul Hunter (per un brano di Justin Timberlake), è un piccolo capolavoro di ritmo coreografico, di contrasti bianco/nero, e un gioco ironico sui diversi formati dello schermo. Il cartone animato “I Simpson” è forse una delle opere d’arte collettive più importanti di fine ‘900: ogni puntata ha l’irriverenza del fumetto underground USA (Art Spiegelman o Peter Blegvad), il ricordo dei cartoni del passato (il diretto referente “I Flintstones”), l’influsso della Pop Art anni ‘80 (in primis Keith Haring), un’arguzia postmoderna degna di Tarantino e Harold Bloom, un motore narrativo inarrivabile da qualsiasi “sceneggiatore italiano” (perdonate l’ossimoro). Da almeno cinque anni, gli spot della BMW sono quanto di più perfetto può concepire l’odierna civiltà dell’immagine; le pubblicità di geni come Tarsem Singh condensano in 30 secondi un secolo di sperimentazione audiovisiva. I migliori videogiochi “adventure” rielaborano (in una trama scelta di volta in volta dal giocatore) un immenso humus di personaggi ambienti costumi situazioni palesemente debitore dell’immaginario-cinema (e quando Angelina Jolie incarna Lara Croft, il cerchio si chiude). Se dopo tutto ciò continuiamo a prendere sul serio Pupi Avati, vuol dire che la critica è un’invenzione senza futuro.

Il film di domani sarà forse il succo di questo magma: un testo multiplo e interattivo, accessibile da tutti ma profondamente autoriflessivo, di durata brevissima ma anche espansa in dimensioni seriali. Ma forse la vera domanda è: cosa diventerà lo spettatore? In che modo continuerà a consumare immagini in movimento? Il cinema sarà ancora una religione cattolica (bisognosa di luoghi di culto collettivi) o si farà protestante (dove ogni fedele avrà un rapporto privato col suo dio)? Alcuni preti dicono che la messa vista in televisione ha lo stesso valore di quella a cui si assiste in chiesa. É proprio così? O il significato di una messa è dato anche dall’atto “fisico” e “sociale” di recarsi in chiesa? Comunque sia, l’importante sarà cercare di non chiudere gli occhi al prossimo, soltanto perché sono appannati i nostri. E di non scorgere ancora una volta i segni della fine in ciò che è soltanto un nuovo inizio.  

dantealbanesi “La Linea dell’Occhio”   

  

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