Festa di Roma 2008

Festival Internazionale del Film di Roma

22 – 31 ottobre 2008

 

Qualche breve accenno a proposito di alcuni documentari proposti nella sezione “Extra – Il cinema del reale”.

 

L’infame e suo fratello
di Luigi Maria Perotti (2008, 92’)

Patrizio Peci è il primo pentito delle Brigate Rosse. Le sue rivelazioni sono un duro colpo all’organizzazione terroristica, dando il via alla “strategia dei pentiti” (poi impiegata anche nella lotta contro la Mafia). Roberto, suo fratello più giovane, è un elettrotecnico; vive a San Benedetto del Tronto con la moglie Antonietta che nell’estate 1981 aspetta una bambina. Il 10 giugno un commando lo rapisce sul luogo di lavoro e lo imprigiona per 54 giorni in un appartamento di Roma. Le Brigate Rosse – Fronte delle Carceri (cellula scissionista del movimento) sottopongono Roberto a un delirante processo (con tanto di “Bandiera rossa” in colonna sonora), inviando il video alla famiglia, alla Rai e alla stampa. L’obiettivo palese è impedire che il gesto di Patrizio Peci possa essere imitato da altri compagni. Il 3 agosto, dopo lunghe e infruttuose trattative, il cadavere di Roberto viene trovato in un casolare alla periferia di Roma. Le Brigate Rosse, che mai avevano ucciso per vendetta o senza una (pur discutibile) motivazione politica, assassinano un innocente lavoratore. È la fine del loro progetto politico.

Con un impianto tradizionale e solido, L’infame e suo fratello ripercorre questa nota vicenda dal punto di vista dei familiari di Peci: Antonietta, la figlia Roberta, la sorella Ida. E uno dei temi forti del documentario è proprio la Distanza, lo scarto geografico, mentale, politico (assai più ampio di quanto si possa percepire oggi) tra Provincia e Capitale, tra una modesta famiglia marchigiana e gli oscuri meccanismi di un potere che (a differenza del contemporaneo caso di Ciro Cirillo, il politico democristiano liberato dalle BR dietro riscatto) forse non fece quanto dovuto per salvare la vita dell’ostaggio. Ma il momento che resta nella memoria è il racconto di Roberta (così intimo e lontano dai percorsi della Storia ufficiale), che in tanti anni non ha mai potuto vedere suo padre, e lo incontra una sera, casualmente, cambiando canale in televisione. È il famigerato video del processo: Peci ha appena ascoltato la condanna, si passa una mano sulla fronte… E Roberta, con commozione, riconosce il gesto che è abituata a fare da sempre.

 

Creation
di Davide Fiorentini (2006, 26’)

Nel bianco e nero di una telecamera di fortuna, il viaggio di un giovane compositore per il Messico, con flauto, chitarra e registratore digitale. La scommessa di creare un disco “on the road”, coadiuvato dai musicisti che la strada e la sorte gli faranno dono. Un solo microfono: si suona tutti insieme, e se si sbaglia si ricomincia da capo. Creation è un esempio estremo di cine-diario, con tutti i connotati stilistici del caso (montaggio brusco, fuori fuoco, piani irregolari). Alla disperata ricerca di “un posto silenzioso dove registrare”, l’autore-protagonista filma se stesso, pedinando la propria vita mentre si fa sceneggiatura, inseguendo il suono nel momento in cui si fa immagine. Il risultato è un’opera singolare che mette in scena il proprio scomporsi e ricomporsi, come un insieme di note sparse che tentano faticosamente di unirsi in melodia; ma è soprattutto una riflessione non comune sui concetti di “creatività” e di “cooperazione” (come la musica, anche il cinema è un’arte collettiva dove ognuno suona il proprio strumento). “La creazione è una necessità, è involontaria”, dice Saul, uno dei musicisti. “Come creare il nostro proprio alimento, per poi mangiarlo.”

 

Il teatro e il professore
di Paolo Pisanelli (2007, 62’)

Roma, Centro Diurno di Via Montesanto. In questo luogo (già protagonista del precedente bellissimo corto di Pisanelli I colori del corpo) si tiene un laboratorio di “teatro totale”, dove realtà e finzione tentano di fondersi. Ogni partecipante ha la sua sfida: superare il timore del palcoscenico, evadere dal grembo protettivo del Centro per suonare, cantare e ballare in strada, coinvolgendo i passanti. Tra gli allievi del corso c’è anche lui: il Professor Vittorio De Luca, “filosofo della vita” e utente del Centro stesso. Scontroso, poco socievole, più incline alla confessione privata che al lavoro di gruppo, più al monologo che al dialogo, il Professore vaga tra le stanze come un visitatore distratto, abbandona le riunioni senza apparente motivo, si siede per ore ad un angolo del salone o accanto al portone d’ingresso, osservando il resto del mondo che si affanna nelle sue occupazioni.

L’aspetto più godibile nei documentari di Paolo Pisanelli è il loro saper “convivere” col microcosmo che ritraggono. La cinepresa non cerca personaggi, ma persone, individui con cui condividere un tempo e uno spazio. Li segue e li attende per ore, passando dal singolo all’insieme e dall’insieme al singolo nello spazio di una carrellata. Di notte osserva il palazzo dall’esterno, meravigliandosi per un ascensore vuoto che continua ad aprirsi e chiudersi… Ma poi di giorno torna dai suoi amici. In tal modo, ogni soggetto ha il suo periodo necessario per esprimersi, per assuefarsi all’obiettivo del cinema, e alla fine ogni pensiero (i sogni, l’arte, le donne, la psichiatria, il potere) accetta di essere filmato. Come può definirsi questo stile? Il Professore lo chiama cinemautografo. Ovvero: “lasciare un’impronta cinematografica che è la propria.”

 

Terrorista

di Cèsar Meneghetti (2007, 29’)

Brillante esempio di come una semplice intervista possa essere convertita in mezz’ora di cinema turbinoso, inebriato di ritmo, colore, pura visibilità senza un fotogramma di pausa. L’ultimo trip visivo di Cèsar Meneghetti ha per protagonista Percy Sampaio Camargo. Nato a San Paolo del Brasile nel 1932, odontoiatra, professore universitario di microbiologia, teorico della lotta armata, autore di pamphlet anonimi contro la dittatura, accusato di terrorismo nel ‘69. Un racconto che strabocca di emotività, una visione socio-politica impeccabile, mentre dagli occhi scuri e profondi traspare una lacrima per un passato che riemerge ad ogni parola.

Come in Motoboy, Sogni di cuoio o nell’ultimo Taccone. Fuga in salita (anch’esso presente alla Festa di Roma), alla radice del cinema di Cèsar Meneghetti ed Elisabetta Pandimiglio c’è ancora il Viaggio, evento che è allo stesso tempo fisico e psicologico. E la vita di Percy è fatta di fughe ed esili, tra Brasile, Uruguay, Argentina, Cile, Olanda… Cambi di identità, esistenze costrette a ripartire caparbiamente da zero. “Ti costringono alla clandestinità. Non quella del tuo corpo, ma delle tue azioni…” Ma chi è veramente Percy? Un utopista che immola affetti e beni materiali in nome della democrazia e della giustizia sociale? Un ineffabile filosofo che non potrà mai completamente svelarsi, nemmeno a se stesso? La risposta (o una delle mille possibili che un essere umano può racchiudere) è da cercare in quei momenti in cui il flusso verbale si arresta e lascia il campo ad un fuggevole smarrito silenzio. Mentre lo sguardo continua a parlarci.

dantealbanesi (da www.ildocumentario.it)

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