“Eyes Wide Shut” di Stanley Kubrick

BABY DID A BAD BAD THING:

LYNCH, DREYER, IL MAGO DI OZ

Bill (Tom Cruise) e Alice (Nicole Kidman) si recano alla festa del loro amico Ziegler. Qui le loro strade si dividono: Bill viene circuito da una coppia di modelle brille e piuttosto disponibili, mentre Alice viene audacemente corteggiata da un misterioso gentiluomo ungherese, al quale concederà un lungo appassionato ballo. Nessuno dei due approcci avrà successo: Bill verrà chiamato da Ziegler, per aiutarlo a rianimare la sua amante svenuta; domando a fatica la propria ubriachezza, Alice congederà l’ammiratore mostrandogli con fermezza (e un certo segreto rimpianto) l’anello matrimoniale… Poi, senza una dissolvenza o un nero, ma con un semplice e brutale stacco, inizia la scena che ci interessa, della durata di circa 50 secondi. Alice, con addosso solo un paio di occhiali sottilissimi, ondeggia lieve e sinuosa davanti allo specchio della sua camera da letto. La mdp si avvicina lentamente alle sue spalle, quasi con ammirazione. In colonna sonora, Baby Did a Bad Bad Thing di Chris Isaak (la ascoltiamo solo noi o anche Alice?). D’un tratto entra in campo Bill che abbraccia e bacia sua moglie. Ora Alice è il fulcro di un triangolo tutto maschile che coinvolge tre sensi: l’obiettivo del regista (vista), il marito che la tocca (tatto), la voce del cantante (udito). Con uno stacco quasi impercettibile, si passa al primo piano: Bill non ha ancora aperto gli occhi, ma Alice sì. Si è tolta gli occhiali e, come l’omonima eroina del romanzo di Lewis Carrol, scruta intensamente (attra)verso lo specchio. Cosa sta guardando? Dissolvenza in nero.

In Kubrick vi sono immagini che sembrano negare l’intero film da cui sono circondate. In Barry Lyndon, tre ore di nobile e quieta indifferenza tra Redmond Barry e Lady Lyndon sono contraddette da un idillio brevissimo e quasi muto: lei è nella vasca da bagno, mentre la nutrice legge una poesia di Goethe; ma ecco che Redmond entra nella stanza, si avvicina e la bacia. Un gesto che non rivedremo mai più, poiché nei matrimoni kubrickiani il bacio è un atto impossibile: mai nessun contatto di labbra tra Humbert e Haze in Lolita, tra Jack e Wendy in Shining… Né vi saranno più baci tra Bill e Alice.

Sogno? Allucinazione? Flashback? Flashforward? La sequenza di Kidman/Cruise allo specchio, col suo cromatismo spettrale, il suo stile “patinato” che si pone quasi come parodia di un videoclip o di uno spot pubblicitario (o del trailer di un film, come questa scena effettivamente era…), non sembra legare o rimandare a nessun altra, fortemente “straniera” rispetto alla scrittura altera e cerimoniosa che domina il resto del film. Un’epifania isolata, ingiustificata, che evade dal testo di cui è prigioniera e rimanda esplicitamente al cinema passato di Kubrick: lo sguardo di Alice allo specchio chiude il prologo di Eyes Wide Shut come l’immagine del monolito chiudeva il prologo preistorico di 2001: Odissea nello spazio. L’accostarsi desideroso e quasi incantato di Bill è uguale a quello delle scimmie che sfiorano per la prima volta la sorgente universale dell’intelligenza. Ma allo stesso tempo, la postura di Alice (con le braccia piegate sul petto), la sua nudità, il suo brillare di luce propria, la rendono una copia adulta del feto astrale che chiudeva 2001… Dalla preistoria ad un appartamento di New York, il tempo non è passato. Consumata questa doppia autocitazione e questa fugace deriva, il film riprenderà come se nulla fosse accaduto, e Bill e Alice saranno di nuovo gli stessi di prima: innamorati, cordiali, sospettosi… Ma c’è di più: all’infrazione visiva operata dalla sequenza si associa un’altrettanto evidente infrazione auditiva. Baby Did a Bad Bad Thing di Chris Isaak è l’unico brano pop della colonna sonora: una presenza, dunque, esplicitamente “bassa”, fortemente dissonante rispetto ad una raffinatissima selezione che raduna il valzer di Dmitri Shostakovich dalla Jazz Suite no. 2, la Musica ricercata II di Gyorgy Ligeti, Nuages Gris di Franz Liszt, il Dies Irae di Mozart, gli ipnotici brani orientaleggianti di Jocelyn Pook.

La musica, in Kubrick, non è mai un’appendice sonora dell’inquadratura, ma sempre un “ponte” verso nuove dimensioni, verso altre immagini e altri film; e nella sua straniante unicità, il brano di Isaak apre suggestivi e inaspettati percorsi. Innanzitutto, la datazione: Baby Did a Bad Bad Thing esce nel 1995 (dall’album Forever Blue), e si tratta dunque dell’unico brano non originale contemporaneo all’epoca in cui è ambientata la vicenda. C’è poi una corrispondenza tematica: “Baby ha fatto una cosa cattivissima,” canta Isaak, inaugurando i temi dell’infrazione e della colpa svelata che percorreranno l’intera trama; parole che, innestate in un’immagine di (supposta) estasi erotica, provocano uno stridente effetto di falsità: sentimento che marchierà indelebilmente tutte le scene a seguire… Ma soprattutto, questo brano non può non alludere ad un altro titolo che è forse l’hit più celebre di questo musicista: la tenebrosa Wicked Game, utilizzata quasi integralmente in un famoso momento di Cuore selvaggio (Wild at Heart, 1990) di David Lynch. In questa scena, la protagonista Lula (Laura Dern) fugge in macchina col suo ragazzo Sailor (Nicholas Cage), e fantastica di veder volare al suo fianco la figura che la ossessiona da una vita: la Strega dell’Ovest, l’infernale megera de Il mago di Oz.

Come il bianconiglio faceva capolino nello specchio dell’Alice di Carrol, così, grazie alla canzone di Isaak, una scheggia impazzita del cinema di Lynch infrange lo specchio dell’Alice di Kubrick, penetra nel suo mondo e lo muta per sempre. E con limpida simmetria, anche Eyes Wide Shut richiama più volte Il mago di Oz. Nella scena del ballo, quasi trascinato via dalle due modelle, Bill domanda ridacchiando: “Con esattezza, dove mi state portando?” E le adescatrici rispondono: “Dove finisce l’arcobaleno!”, citando la celeberrima canzone Over The Rainbow di Judy Garland. “Rainbow” tornerà poi nell’insegna del negozio di maschere, dove Bill va a comperare un costume per partecipare alla festa notturna. E non è superfluo ricordare che anche in un’altra odissea newyorchese notturna, Fuori Orario di Martin Scorsese (1986), il protagonista Griffin Dunne si imbatte in una donna ossessionata dal Mago di Oz.

“Non c’è luogo più bello di casa mia!” ripete Dorothy come una preghiera, quando il regno di Oz svanisce con i suoi mostri, le sue streghe e i suoi colori squillanti; così, la ragazzina scopre che il leone, lo spaventapasseri e l’uomo di latta hanno perso le loro maschere e sono ridiventati i suoi amici di sempre; e ritrova la vecchia fattoria dov’è sempre vissuta, ancora immersa nel suo mansueto bianco e nero anni ’30, assai più consono al pubblico dell’epoca. L’eterna inattaccabile armonia familiare, l’impossibilità (quasi la follia) di opporsi all’ideale di immobile stabilità che la società esige da ogni individuo: tale morale paternalista attraversa mezzo secolo di storia e piomba nel cinema di Lynch e Kubrick (e Scorsese). L’ultima Dorothy che il cinema contemporaneo può permettersi è Laura Palmer che rinnega il mondo incantato di Twin Peaks in Fire Walk With Me! (dove Isaak appare anche come attore). Ciò che resta di Oz è una fiaba remota della quale si è perso il lieto fine ed è rimasto soltanto il cuore più selvaggio: la fuga e il terrore.

Tra le sue infinite chiavi di lettura, Eyes Wide Shut è anche un saggio sulle possibilità della musica “intra-diegetica” (direttamente prodotta sulla scena), casistica sulla quale Kubrick gioca una sottile serie di “inganni sonori”. All’inizio del film, il valzer di Shostakovich parte già sui titoli di testa, come il più classico dei commenti over; ma poi vediamo Bill che pigia sullo stereo e la musica si arresta (e lo stesso brano sarà poi il sottofondo costante del suo ambulatorio). Alla festa di Ziegler, l’orchestra esegue When I Fall in Love di Heyman/Young. Nel locale di jazz “Sonata Cafè”, quando Bill ritrova il suo amico Nightingale, si sente Brad Mehldau che suona Blame It on My Youth di Heyman/Levant. Nell’appartamento della prostituta, Oscar Peterson suona I Got it Bad (And That Ain’t Good) di Duke Ellington, ma anche questo brano proviene da uno stereo. Durante l’orgia notturna, Nightingale esegue all’organo i brani di Jocelyn Pook, seguiti poi dalla Peter Hughes Orchestra che intona Strangers in the Night di Bert Kaempfert. Il Dies Irae di Mozart è solo un “casuale” suono d’ambiente nel bar visitato da Bill. E nel negozio di giocattoli del finale risuona il tintinnio di Jingle Bells. Tale onnipresenza di musicisti, di stereo accesi e spenti (ce n’è uno persino all’obitorio!), di altoparlanti disseminati ovunque, non fa che tradire la patina irreale e quasi teatrale del film. Bill, Alice e tutti gli altri personaggi creano da sé la propria colonna sonora, come se abitassero dentro un musical di Broadway. E la dimensione notturna, urbana e violenta del film, come anche la massiccia presenza di personaggi stranieri, non può non ricordare il più celebre dei musical su New York, ovvero West Side Story, del quale il titolo Eyes Wide Shut rappresenta un’eco distorta.

In questo dominio di sonorità intradiegetiche, proprio Baby Did a Bad Bad Thing si situa in una posizione ambigua: la musica sembrerebbe infatti “in campo” (appartenente al mondo narrativo di Alice e Bill), poiché, anche se non ne scorgiamo la fonte, vediamo comunque la Kidman che ondeggia lievemente al ritmo del brano. O forse questa canzone risuona soltanto nella sua mente? È forse solo un’intima inconfessata “fuga”, da un mondo alto-borghese assuefatto di musica coltissima? E la sua vicenda, immersa in questa New York (così perfettamente ricostruita a Londra) dove improbabili locali propongono ancora un jazz anni ’50, in che anno si svolge esattamente? Prima o dopo del ’95, anno di uscita della canzone di Isaak? Un anacronismo quasi impercettibile, attraverso il quale Kubrick sembra suggerirci che Alice e il suo specchio incantato vedono/sentono oltre il presente, oltre la transitoria fedeltà di ogni uomo (“Sempre è una parola che mi fa paura”, confesserà nell’ultima scena). I suoni e le voci di Eyes Wide Shut trasgrediscono così ogni logica temporale: Alice, che non ha ancora commesso nessuna “bad bad thing”, immagina una voce maschile che la rimprovera; allo stesso modo, osservando sua moglie muta e sorridente, Bill sentirà riecheggiare le scioccanti rivelazioni da lei pronunciate la sera prima; e all’obitorio, contemplando il cadavere della prostituta, riascolterà ancora le sue profetiche ammonizioni. Dietro la falsità di ogni volto si nasconde la verità della sua voce. Ma al termine dell’avventura ogni maschera dovrà cadere, rivelando piccoli uomini spauriti: la furba Dorothy scoprirà che il vocione infernale del Mago di Oz è solo un maldestro trucco sonoro, e allo stesso modo Alice strapperà via la maschera del marito mentitore.

Al pari dei personaggi che la ascoltano, quella di Eyes Wide Shut è una musica “in maschera”, e ciò per due motivi. Primo: per la sua posizione all’interno della scena, insieme manifesta e celata, sospesa tra la realtà dell’enunciato e la finzione dell’enunciazione. Secondo: perché ogni brano utilizzato da Kubrick si riconduce al modello della parodia, dell’imitazione distorta, “carnevalizia” direbbe Bachtin; e non per niente il Carnevale è il periodo in cui è ambientato il romanzo Doppio Sogno (Traumnovelle) di Arthur Schnitzler (poi sostituito da Kubrick con il Natale). Il valzer di Shostakovich è infatti una riscrittura ironica dei valzer settecenteschi di Strauss (come Nicole Kidman allo specchio è un ricalco del monolite di 2001); il brano Masqued Ball di Jocelyn Pook è una rielaborazione laica dei canti religiosi di tradizione orientale; la Musica Ricercata II è un palese omaggio agli stilemi di Béla Bartòk (modello dichiarato del giovane Ligeti); e lo stesso Chris Isaak rappresenta l’ennesima reincarnazione del rock and roll “puro” anni ’50…

Ma la scena di Alice allo specchio rimanda soprattutto ad un altro celebre (e purtroppo dimenticato) esperimento sul suono intradiegetico: Tva Manniskor (Due esseri, 1944) di Carl Theodor Dreyer. Tratto dal dramma Attentat di W.O. Somin, la storia ha tre soli personaggi: il medico Arne Lundell, sua moglie Marianne, il professor Sander (l’amante, che appare solo in flashback). Da tempo Arne è in lite con Sander per una questione di plagio scientifico; poco dopo la radio annuncia che il professore è stato misteriosamente ucciso; ma una lettera scoperta per caso rivela la colpevolezza di Marianne. A questo punto Arne vorrebbe accusarsi per scagionare la moglie, ma è troppo tardi: la polizia è alle porte. Marianne si suicida, presto imitata dal disperato Arne… Il film si svolge interamente nella casa dei due coniugi, e le sole intrusioni sulla scena familiare sono veicolate dai suoni fuori campo (campanelli, schiamazzi della folla, sirene della polizia…) e dai mezzi di comunicazione (giornali, telefono, radio…). Ma come la scena dello specchio irrompeva in Eyes Wide Shut con l’imprevedibilità di una creatura aliena, anche Tva Manniskor è attraversato da una stranissima cesura. Il clima cupo e trattenuto, la recitazione depressa, il dialogare gelido e assorto: subito dopo la notizia della morte di Sander, tutto ciò viene improvvisamente cancellato da un fugace momento di euforia. La radio trasmette una danza spagnola, e la moglie (fin a quel momento rigida e quasi asessuata) si lascia andare ad uno scatenato flamenco, accompagnato dall’energico schioccare di dita e dagli olè del marito. Un’estasi brevissima (e al limite del ridicolo: quasi un tocco di crudeltà di Dreyer verso i suoi mediocri personaggi), che si conclude con i due amanti che si abbracciano sereni, e si guardano allo specchio. Troppe analogie per pensare che sia solo un caso: la scena dello specchio di Eyes Wide Shut è un segreto omaggio alla danza spagnola di Tva manniskor.

Esattamente come Kubrick cinquant’anni dopo, Dreyer compone un claustrofobico trattato sulle menzogne che circondano l’istituzione del matrimonio, mostra il tradimento della moglie in flashback, percorre un’antologia dei media contemporanei, immette lingue straniere (una ninna nanna italiana cantata da Marianne), una musica grottescamente imprevista che taglia in due la narrazione (e la rende “traumnovelle”, racconto diviso), uno specchio dove i due amanti riflettono colpe e paure (specchio e amanti che torneranno in Gertrud, ultimo immenso film di Dreyer). Ma il parallelo più illuminante emerge in un altro momento del film, quando Arne legge a Marianne una poesia che inizia con questo verso: “Trasparenti devono essere gli occhi della gente…” Occhi trasparenti, ovvero aperti/chiusi. Wide Shut. Kubrick trae il titolo del suo ultimo film da un’oscura poesia danese.

In Doppio sogno, il protagonista Fridolin chiede all’amico Nachtigall qual è la parola d’ordine per essere ammessi all’orgia notturna, e questa parola è “Danimarca”. Kubrick sostituisce “Danimarca” con “Fidelio”, il titolo dell’unica opera lirica di Beethoven: inno all’amore coniugale che inscena un castello incantato e personaggi in maschera. Si tratta però di una sostituzione incompleta, che sparisce dal testo verbale, ma resta trasparente nelle immagini. Sono queste due parole a penetrare il segreto dell’ultimo film di Kubrick. Fidelio è l’opera che Gertrud va ad ascoltare, prima di rivedersi col suo antico amore, il direttore d’orchestra. E Danimarca è il paese di Dreyer.

Attraverso lo specchio, chiusa e aperta, insieme atterrita e attratta da tutto ciò che si agita fuori dalla sua casa, tutto ciò che è diverso e straniero, Alice scopre la finzione del suo film, guarda il regista che la sta filmando, guarda noi spettatori. I suoi occhi spalancati svelano l’aldilà del proprio universo, l’aldilà della favola di cui è prigioniera, e l’immenso castello di testi e suoni su cui si regge.

dantealbanesi

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