“Essere e avere” di Nicholas Philibert

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Nicholas Philibert (Francia, 2003)

Come uno scolaro volenteroso, Philibert non ha fretta. Il suo sguardo si siede e per lunghissimi minuti spia immobile la lezione che si consuma e cresce davanti a sé. E forse mai come in questo film l’atto del far cinema somiglia a una fatica intellettiva, all’impegno di capire e acquisire nuove informazioni. Immagini da prendere e da apprendere.  

Documentario che lievita in mille direzioni, che precisa i propri obiettivi nel corso del suo farsi, Essere e avere è un modello di condotta. Distillare un’ora e mezza di pellicola da più di sessanta ore di girato. Accumulare un’immensa, disordinata, forse casuale quantità di nozioni, per poi conservare solo le due o tre che alla memoria selettiva del montaggio potranno servire. Attendere l’evento senza programmarlo, senza addomesticarlo, con la medesima folle pazienza di un documentario naturalistico: due bambini combattono contro una fotocopiatrice, indomabile mostro dagli oscuri istinti; uno scolaro sa pronunciare tutti i numeri tranne, inspiegabilmente, il 7; una bambina timidissima, nell’atto di salutare forse per sempre il suo maestro, si arrende silenziosa alle lacrime; munito di doppio ombrello, il maestro cerca di proteggere due alunni dalla pioggia, ma questi prendono strade opposte e alla fine si bagnano tutti e tre.

Essere e avere è un modello di purezza. Assenza di microfoni in campo, di interviste “dirette”, di sguardi in macchina, di voci narranti: limpido esemplare di uno stile mimetico che ormai nessun documentarista segue più, assuefatti come sono ai sacri canoni del reportage televisivo, nutrito di domande a raffica e testo didattico che scorta lo spettatore tra le immagini come un bambino… Al contrario, dietro una cinepresa muta e impercettibile, Philibert si annulla. E in questo annullamento viene risucchiato anche il suo doppio, il maestro, che nelle sequenze ambientate in classe resta quasi sempre fuori campo, o relegato ai margini di un quadro costantemente “centrato” sugli studenti. Il set di Essere e avere diviene così un gioco a tre: da una parte attori da controllare e dirigere (la classe), e dall’altra una doppia regia, composta da una voce invisibile (il maestro) e da uno sguardo immobile (il regista). Soltanto in un unico, magico momento tutte queste ellissi vengono infrante: quando, quasi a metà film, sbrigati alcuni lavori domestici, il maestro si ritrova solo in cortile; si siede su un gradino e (nell’ennesimo imperturbabile piano fisso) alza gli occhi verso l’obiettivo, conversando con Philibert (fuori campo) e concedendo per la prima volta al film la propria esistenza. Si consuma qui il cortocircuito tra personaggio e regista, tra il maestro e il suo alunno più anziano.  

Nessun confine tra cinema e vita, né tra studio e lavoro, in questa scuola dove l’erba dei campi attende già dal cortile, sulla soglia dell’aula. Dove la scuola è soltanto un “intervallo”, una ricreazione dal lavoro: cinque-dieci anni da mettersi in fretta alle spalle tra incoscienza presente e rimpianti futuri, prima di unirsi ai genitori in più serie faccende. E il netto binomio annunciato nel titolo detta la struttura all’intero film, dove il montaggio alterna delicato l’Essere (le scene scolastiche, al chiuso, basate sulla parola) all’Avere (le scene del lavoro dei bambini, all’aperto, basate sull’azione), per poi mescolare abilmente i due universi: la scuola che torna alla vita (il maestro restituisce i ragazzi alla natura cui appartengono, tra campi innevati e ruscelli) e la vita che re-ingloba la scuola (i compiti per casa trasformati in affare di famiglia, tre generazioni riunite attorno a un tavolo e un foglio di carta spiegazzato). Solare esperienza di cinema-realtà che forse ha un solo precedente (l’ancor più “estremo” Diario di un maestro di Vittorio De Seta), Essere e avere coglie un doppio miracolo: raccontare la crescita di un mondo e, contemporaneamente, la crescita di un film nell’atto di raccontare.

dantealbanesi “La Linea dell’Occhio” n.46

  

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