Dusan Vukotic

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Seppur amante del disegno stilizzato, della linea pura, delle prospettive appiattite, il bosniaco Dušan Vukotic (1927-1998), maestro del cinema d’animazione, non perde mai di vista la realtà a tre dimensioni e le sue ipocrisie, da irridere con acre umorismo slavo. Le sue creature rincorrono briose metamorfosi nel desiderio di travestirsi, di fingersi qualcos’altro: più bello, più rispettabile… In Concerto per fucile mitragliatore (1958), una banda di gangster fallisce ripetutamente una rapina in banca, ma trionfa con assurda facilità una volta che il suo insospettabile mandante li ha “trasformati” in un gruppo di industriali damerini. In Una coda per biglietto (’59), un uomo e una donna ridotti alla fame sono costretti a camuffarsi da cavallo per meritare l’ospitalità di un’acidissima ambientalista, che disprezza gli esseri umani ma accudisce teneramente ogni animale che bussi alla sua porta. L’ossessione verso l’aspetto esteriore diviene il punto focale del rapporto tra adulti (millantatori di una forza o di un potere inesistenti) e bambini (furbi smascheratori di inganni). In Abra Kadabra (’57), un stolido mago è costretto ad inchinarsi di fronte ai banali prodigi tecnologici (telefono, televisore, giradischi…) che un bambino possiede nella sua casa. In Cowboy Jimmy (’57), una comitiva di ragazzini scopre con amarezza il triste divario tra il carisma di un divo western e l’inettitudine dell’attore che lo interpreta. 

Surrogato (1961) 

Tale conflitto tra essere e apparire porta Vukotic a sottilissime analisi della psiche umana. Il vendicatore (‘58, da un racconto di Cechov) mostra il solito marito cornuto che corre a procurarsi una pistola: qui, nella febbrile insicurezza tra i modelli che il negoziante gli propone, è colto dalla classica serie di allucinazioni vendicative, che però si concludono inevitabilmente con la sua morte; scosso e ormai consapevole della propria codardia, il vendicatore preferirà acquistare una rete da pesca… Sul medesimo stile è anche l’incubo kafkiano di La macchia sulla coscienza (’67), dove un uomo di mezza età viene tormentato da una misteriosa chiazza nera che lo insegue ossessivamente, pedinandolo, infilandosi nei suoi abiti, fino a farsi carne della sua carne. Un’impressionante (e, per uno jugoslavo, profetico) apologo sulla tolleranza si incontra in Piccolo (’59), stupenda catena di gag ad accumulo, dove due vicini di casa incrinano per futilissimi motivi il loro iniziale idillio e si lanciano in una sconsiderata sequela di dispetti reciproci, fino a fondare due eserciti a propria immagine e somiglianza: da una parte tutti alti e sottili, dall’altra tutti bassi e rotondi. Una guerra etnica.

L’oggetto (o il vero e proprio “personaggio”) più amato da Vukotic è il libro. Libro del terrore, che nella notte può partorire fantasmi (Grande paura, ‘58); libro di magia per apprendisti stregoni (Automa birichino, ‘56); ma soprattutto libro come carta, superficie su cui creare mondi: Il gioco (’62) fonde animazione e realtà per raccontare l’acerrima sfida tra un bambino e una bambina a colpi di disegni che miracolosamente fuggono dal foglio che li imprigiona: una strenua battaglia di carri armati contro candidi fiori… È questa imprevedibilità figurativa il segno distintivo di Vukotic, che tocca il suo apice in Surrogato (Premio Oscar 1961), dove un turista da spiaggia costruisce da sé, con l’aiuto di una piccola pompa, il proprio esclusivo universo di plastica gonfiabile: tavolino, sedie, motoscafo, pesci, vino, e perfino una ragazza, scelta dalla propria collezione privata. Da qui scaturisce la lotta di seduzione, l’apparizione del solito rivale bellimbusto che gli ruba l’amante, la abbraccia, ma inavvertitamente gli sfila via la valvola e la uccide. Ma in fondo tutto è irreale: anche il turista è di plastica, e presto anche l’inquadratura che lo racchiude si sgonfia… Per Vukotic l’animazione è un regno autosufficiente.

 

dantealbanesi

  1. Non vi basta di averli ammazzati tutti ? Quanti ne volete ancora ? bastardi nazisti. Firmato Olga Longo.

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