Daniele Carrer

I MONDI PERSONALI DI DANIELE CARRER

“C’è la storiella di questo tipo che quando è piccolo non si diverte perché vuole crescere. Poi comincia ad andare a scuola e studia tutto il giorno per trovarsi un bel lavoro. Andato a lavorare si massacra di sacrifici per godersi la vecchiaia. Il giorno prima della pensione gli viene un infarto, e la cosa peggiore è che siccome lo prende all’improvviso, lui non ha nemmeno il tempo di pentirsi dei peccati che ha fatto e finisce dritto all’Inferno.” (Random, 2005)

Così Daniele Carrer, torrente di parole su una raffica di immagini. I suoi primi brevissimi cortometraggi (Vivere e morire a Nord Est e la trilogia Il mio mondo personale) sono questo: zero personaggi, zero trama, solo un flusso di coscienza in bilico tra disperazione e sogghigno. Un autoritratto verbale fatto cinema.

Nato nel ’77 a Conegliano (Treviso), Carrer ci parla dal profondo Nord, che lui odia, ricambiato. Odia le automobili, il consumismo, gli industriali sfruttatori, il cinema italiano. Ama i videogiochi, con i quali è cresciuto. La sua opera è il prodotto inevitabile della rivoluzione digitale anni ‘90, di Adobe Premiere e i suoi fratelli, che polverizzano i costi e galvanizzano la creatività. Cinema in primissima persona singolare, “fatto in casa”, ma pensato girato montato con cristallina purezza. Carrer impugna la telecamera e ci attacca con uno stile anarchico e apparentemente “fuori mercato”, mescolando un’amara critica della società contemporanea e un acuto talento narrativo basato sul ricalco dei generi classici (documentario, thriller) e la loro definitiva parodia. In Episodio 6 (2002), una serie di scritte che raccontano l’ennesimo atroce fatto di cronaca si stampano su immagini serene di tetti e cieli azzurri. Nell’esilarante situazionismo di Festival (2003), dietro uno schermo sempre nero, l’autore saluta e oltraggia il pubblico e gli organizzatori dell’ennesima presuntuosa rassegna che lo ha selezionato. Lieve (2003) descrive l’anonima sala d’attesa di un aeroporto, imitando lo stile e la pacata voce narrante di un documentario naturalistico. Giovane sempre (2006) è un Woody Allen compresso in due minuti, con una coppia di fidanzati che si fronteggia in un parossistico crescendo di accuse. Nello sbrindellatissimo Ketchup Film (2005), Carrer (che sa essere anche un sorprendente attore comico-straniante) interpreta un improbabile agente segreto prigioniero in un complotto ordito da una criminosa Azienda.

Ma ad un tratto il logorroico regista rinuncia alla parola e sforna due piccoli gioielli. Italia 2006 è la grottesca cronaca di un’aggressione domestica, fatta di piccoli indizi, oggetti che scompaiono, porte sbarrate, fino all’inquietante epifania di una pistola e di un sangue rosso-Godard che si spande sullo schermo. Autopia Zen 41600 (2007) mette in scena un’agghiacciante allegoria, descrivendo l’impercettibile e ineliminabile simbiosi che lega ogni essere umano alle automobili dalla nascita alla morte: la galleria come utero, l’abitacolo come culla, gli autoscontri al luna-park come “educazione” ad una vita di incidenti ed eventuali omicidi…

Tra i pochi genuini sperimentatori del cortometraggio italiano, Daniele Carrer fonde in ogni immagine satira sociale e dinamismo percettivo, perfetto figlio degenere di Guy Debord e della Playstation.

dantealbanesi “La Linea dell’occhio” n. 60

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