ciak si trema

CIAK SI TREMA – Guida al cinema horror

Daniela Catelli – Edizioni costa & nolan, Milano, 2007, pagg. 232

 

Dalla “A” di Antenati alla “Z” di Zombi, non una storia del cinema dell’orrore, ma un suo dizionario. Certo, non serioso ed esaustivo come un dizionario qualsiasi. Perché in Daniela Catelli si percepisce il generoso fluire della passione, la certezza che un libro possa “comporsi” in mille modi diversi. E compito di un lettore-complice sia quello di decomporlo, perché il testo (come sempre dovrebbe essere) sia solo un pretesto, la miccia per un fuoco di discussioni che va oltre la scrittura.

La frase che conquista è già a pagina 13, con il sarcasmo verso i detrattori di un film epocale come The Blair Witch Project: “Dimentico dei meccanismi della paura, costretto a riscoprirli con una ‘frode’ pubblicitaria, il pubblico si ribellava sottovalutando il valore di un’opera che provava a rivolgersi a gente dotata di immaginazione”. È questa l’idea-faro che (contro tutto e tutti) vorremmo mantenere a proposito di cinema dell’orrore. Non immagini che, banalmente, mostrano cose raccapriccianti; ma che, in qualche modo, fingono di non mostrarle. È la cerchia eletta di cui fanno parte il grande Rosemary’s Baby di Polanski (il sogno di Mia Farrow nella notte demoniaca, con la soggettiva in cui il marito le strappa via gli abiti) e il grandissimo L’inquilino del terzo piano (quelle figure inspiegabilmente in piedi per ore nella stanza da bagno a fissare la parete), l’inarrivabile La notte del demonio di Jacques Tourner, dove tutto il terrore del mondo si cela in una sottile pergamena che si agita viva come un serpente (visto da bambino in prima serata, e mai più cercato per timore di guastarne il ricordo), o L’invasione degli ultracorpi di Siegel (film più deturpato dai remake in tutta la storia del cinema).

Ma Ciak si trema rivede anche il cinema opposto a tutto questo, dove laghi di sangue e macelleria varia non sono solo svago per adolescenti video-rincoglioniti, ma reificazione di angosce esistenziali e sociali. Da L’esorcista di Friedkin (dove il genere scopre una nuova nascita e un nuovo stile) a Carrie di De Palma (con la più sublime mattanza mai sopportata al cinema), al terrificante Dark Water di Nakata Hideo (la madre che riappare nella casa abbandonata, ormai quieta prigioniera dello spirito malefico, è la scena più struggente dell’ultimo horror), o all’anarchia tragicomica di Sam Raimi dove spavento, riso e rabbiosa sperimentazione trovano l’equilibrio magico che verrà poi devastato dalle cretinerie di Scary Movie e seguiti.

Ovviamente amori e odi non possono mai essere esattamente gli stessi (mutano da spettatore a spettatore, ma anche lungo età diverse dello stesso spettatore). Per questo, come Riget di Lars Von Trier è un debordante capolavoro che infrange i canoni e riscrive per sempre l’estetica televisiva, così la copia che tentò di fare Stephen King resta un’inutile sciocchezza (seconda soltanto all’immonda versione di Shining “fedele al romanzo” che King si permise nel 1997). Allo stesso modo, M. Night Shyamalan non sarà mai “patinato”, ma è tra i pochissimi autori contemporanei che esplora ancora il concetto di inquadratura come precaria oasi visibile di un inquietante universo assente.

Meglio allora tornare ai tanti affetti che ci uniscono: La cosa di Carpenter con quel memorabile non-finale sperduto nel deserto artico, con gli ultimi due sopravvissuti (chi l’uomo e chi il mostro?) che rinunciano a battersi perché ormai “troppo stanchi”. O alle derive sanguinose che infettano i nomi più insospettabili: Hitchcock e Scorsese, ma anche Fellini, Bunuel, i Coen, Gregg Araki, o lo splatter controriformista di Gibson in The Passion. Perché l’orrore del nuovo millennio, quasi definitivamente svilito da parodie ed edulcorazioni, sopravvive ancora sotto forma di virus, dentro tutto quel cinema che sa ancora rivolgersi a gente dotata di immaginazione.

dantealbanesi  

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