“Cacciatore di teste” di Costa-Gavras

(di Costantin Costa-Gavras, 2005)

 

Bruno recita. I colloqui di lavoro ai quali si umilia sono sessioni teatrali, dov’è d’obbligo sorridere e sembrare affidabili a tutti i costi. La famiglia è un palcoscenico sul quale interpretare il ruolo del padre-marito austero e rassicurante. Ma Bruno non è un bravo attore. Smarrisce il registratore dove ha confessato i propri omicidi, dimentica nel cappotto la vecchia pistola da SS del padre, si tradisce a ripetizione con frasi compromettenti che poi maschera da battute. Si cala nella parte di sterminatore di concorrenti al posto di lavoro, ma non ci crede neppure lui: quando uccide il primo uomo, gli scappa da ridere; quando si arma di un machete, si atteggia allo specchio col ghigno maldestro di un Rambo urbanizzato.

cacciatore-di-teste.jpgRisorse umane e A tempo pieno di Laurent Cantet, L’avversario di Nicole Garcia, Ken Loach, Full Monty, l’ultimo Jim Carrey, fino alla Hollywood più amara di American Beauty o La donna perfetta: il Licenziato è uno degli eroi del cinema contemporaneo, versione post-industriale della millenaria figura dell’Esule. Ogni epoca ha le sue paure e le sue bugie per negarle. Se lo sguardo “comunitario” del Neorealismo sapeva donare ad un tema come la disoccupazione i connotati di una tragedia collettiva, nel cinema di oggi la povertà è un male introverso, prigioniero di una dimensione familiare a chiusura stagna. La casa è una fortezza e ogni vicino è il Nemico: persino dentro una cabina telefonica c’è sempre qualcuno pronto a rubarti il posto.

Il meglio di Cacciatore di teste si trova ai suoi margini, in digressioni surreali che sbandano verso altre atmosfere e altri film. Guizzi bunueliani: l’acerba figlia di Bruno corre ad aprire la porta alla polizia, ma prima si toglie la vestaglia per farsi ammirare le gambe. Svolte alla Moretti: il figlio arrestato per un puerile furto di computer. Incontri alla Dostojevskij: Bruno irrompe nella villa del direttore della favolosa azienda Arcadia e si addormenta alla scrivania, ma viene scoperto dal padrone che prima lo minaccia, poi si sbronza in sua compagnia. Allucinazioni grottesche anni ’70: la gigantesca testa del morto accerchiata da api, che emerge dal cofano dell’automobile e grida “Assassino!”. Enigmatici manifesti pubblicitari (di Oliviero Toscani) che attraversano la scena. Bruno che si sbarazza della pistola nel fiume, subito intercettata da un ragazzo a bordo di un assurdo tavolino “a motore” rovesciato.

Bruno è innocente. Su cinque “condannati”, il primo lo investe accidentalmente, il secondo si suicida, il terzo trova lavoro e in tal modo si salva. Tuttavia, il suo è pur sempre un carattere “ereditato”, placidamente diffuso nella società: gli stessi ideali che la guerra pretendeva da suo padre (la violenza a fini politici) e che la televisione instilla quotidianamente a suo figlio (la violenza a fini spettacolari), Bruno li converte a fini strettamente economici. E in un mondo così folle è ammesso anche il più assurdo dei lieto fine: Bruno fa piazza pulita dei rivali, svicola ogni sospetto e viene finalmente assunto all’Arcadia. Ma il sistema capitalistico non deve arrestarsi, l’eliminazione a catena delle risorse umane continua. Nell’ultima scena una sconosciuta è già sulle tracce del nuovo sovrano; mentre siede al ristorante con i colleghi, Bruno si accorge di lei e le va incontro sorridente, incosciente. Un’altra caccia e un altro film stanno per iniziare.

 

dantealbanesi “La Linea dell’Occhio” n.54 

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