Aurora (1927)

Aurora (Sunrise)

W.M. Murnau (1927)

Aurora crea cinema dal nulla. Per uno come Murnau, inventare Arte da soggetti già in partenza alti e sublimi come Faust, Nosferatu, L’ultima risata o Tartufo, era se non un obiettivo “facile”, perlomeno “naturale”. Ma è con Aurora che Murnau dimostra la sua grandezza: perché riesce a cavare cinema dalla trama più banale che sia mai stata scritta.

Attraverso Aurora, Murnau intravede un’immagine futura che abbandona per sempre i piani fissi del muto (all’interno dei quali personaggi e scenografie si distribuivano ben visibili come su un palcoscenico), per inventare uno sguardo nuovo che ad ogni passo ubriaca lo spettatore di carrellate, panoramiche, chiaroscuri, sovrimpressioni, effetti ottici e sonori. La cinepresa di Murnau sale e scende dai tram, dondola su una barca, sale su un ascensore, balla in un night, attraversa la strada, sbanda, annega… Con lui l’obiettivo cinematografico diviene, definitivamente, un occhio: un occhio che pensa, che prova emozioni.

Basti per tutte la sequenza nella quale il marito traditore si avvia di notte all’incontro segreto con la “donna di città”. Qui Murnau inventa qualcosa di letteralmente mai visto: in un sinuoso piano-sequenza, la cinepresa segue da lontano la lenta camminata del suo personaggio mentre esce di casa, si allontana dal villaggio, scavalca un recinto; quindi si avvicina al suo fianco, si porta dietro le sue spalle, lo supera e si sostituisce a lui, diventando soggettiva; si addentra nell’oscurità tra rami e foglie, fino a rivelare sullo sfondo una donna vestita di nero, incorniciata da un cupo tramonto sulla riva di un fiume; si blocca a guardarla, spaventata e desiderosa; poi ecco che nell’inquadratura riappare l’uomo, che si fa avanti e abbraccia l’oggetto dei suoi desideri. In sessanta secondi c’è già tutto il cinema noir di un secolo a venire, l’eterna dicotomia natura/civiltà, la notte come luogo della perdizione… Quanti registi hanno imitato questa scena negli ultimi ottant’anni?

Ecco perché questo film, a differenza delle altre opere di Murnau, ha il potere di spiazzare tutti i devoti del “contenuto” e della “poetica d’autore”. Aurora si disinteressa sin dal principio della trama, dello sviluppo dei caratteri, e soprattutto del modo in cui la storia va a finire: l’unica storia che racconta è quella di un cinema che sta crescendo.

d.a.

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