“Arsenico e vecchi merletti” di Frank Capra

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Frank Capra (USA, 1944)

con Cary Grant, Priscilla Lane, Raymond Massey, Peter Lorre, Josephine Hull, Jean Adair

L’orologio a pendola al centro di tutto. A sinistra la porta della cucina, dove si prepara il veleno. A destra la porta della cantina, dove si seppelliscono i cadaveri. Sulla parete destra, il portone dove entrano poliziotti e dottori. Sulla parete sinistra, la finestra dove si infilano i criminali e fa capolino la novella sposa. Nella cassapanca si sistemano i morti ancora freschi. Sulla scala si arrampica lo zio pazzo, che suona la tromba e sbatte fragorosamente la porta, facendo crollare a ripetizione le lancette della pendola. Attorno a tutto ciò, un cimitero. La notte è quella di Halloween. Frank Capra fa cinema ad orologeria.

Tratto da una fenomenale commedia scritta nel 1941 da Joseph Kesselring, Arsenico e vecchi merletti (Arsenic And Old Lace) è già metacinema, quarant’anni prima dei Coen e Tarantino. Mistura e confusione dei generi, violento scarto di stile da una sequenza alla successiva. È già un film che riflette sul proprio farsi, che mette in scena personaggi imbevuti di finzione, e dunque necessariamente deviati. Figure doppie che sono sé stesse (col proprio lavoro e le proprie passioni), ma anche qualcos’altro. Commediografo di successo, Mortimer Brewster (Cary Grant) ha scritto un manuale sulle gioie di essere scapolo, salvo poi rassegnarsi al matrimonio con la candida figlia di un pastore. Ma anche il poliziotto e il direttore del manicomio hanno scritto commedie, e tentano in tutti i modi di propinarle al loro idolo. Le sue arzille e servizievoli ziette Marta e Abby sono solite uccidere i propri affittuari (non tutti: solo quelli senza parenti e dunque malati di solitudine), occultandone i cadaveri in cantina, battezzata “Panama” perché ogni tomba è un nuovo allargamento del “canale”. Il loro svitatissimo nipote crede di essere Teddy Roosevelt e si preoccupa personalmente di seppellire i morti, che definisce “vittime della febbre gialla”. Jonathan, il crudele fratello di Mortimer, irrompe nella casa dopo vent’anni e una plastica facciale che lo ha reso terribilmente identico a Boris Karloff. Colpevole dello sfregio è il suo tremebondo complice, il Dottor Einstein (Peter Lorre), suo chirurgo personale che la sera della delicata operazione vide il Frankenstein di James Whale e ne rimase sedotto… Cinema e teatro dominano ogni destino; e quando Jonathan riesce finalmente a catturare Mortimer, non fa che mettere in pratica una commedia che egli stesso sta raccontando.

Prodigi del fuori campo e delle ellissi del cinema classico, Frank Capra parla di cadaveri, assassini, avvelenamenti, torture, tumulazioni, esequie, ma senza mai mostrarli. È il trionfo della sineddoche: la cantina viene accennata solo per rapide inquadrature fosche, la morte è una scarpa abbandonata sul pavimento. Marta e Abby hanno commesso dodici omicidi (anzi undici, perché il primo è morto d’infarto), ma tutta l’enormità dell’evento è riassunta in un’unica inquadratura: quella della zia che spalanca una credenza, dove appaiono ben disposti dodici cappelli da uomo. La macabra cassapanca viene aperta e chiusa infinite volte, ma il suo contenuto non viene mai palesato: per raggiungere a pieno l’effetto, bastano soltanto i volti dei personaggi che gettano lo sguardo in questo abisso. Un campo senza controcampo: la stessa tecnica che quattro anni dopo, e quasi per la stessa situazione, Hitchcock adotterà per Nodo alla gola. (E alla fine, Capra filmerà l’interno della panca solo quando sarà svuotata, per mostrare che è rimasto il solito cappello.)

arsenico-e-vecchi-merletti_1.jpgBicchieri di vino al sambuco che scorrono di mano in mano, coltelli, pistole, manganelli, firme false, agnizioni, equivoci: Arsenico e vecchi merletti ha l’andamento meccanico e astratto di un carillon. Salvo poi turbare quest’armonia e balzare dalla commedia pura all’orrore nello spazio di un’inquadratura. Deciso ad utilizzare Panama per sbarazzarsi di un proprio cadavere, Jonathan obbliga le zie a chiudersi in camera e a spegnere le luci, e all’improvviso tutta l’evidenza teatrale della scena si trasforma in un incubo di tenebre, musica e scricchiolii. Per cinque lunghissimi minuti di oscurità assoluta, ci troviamo in un altro film: Capra finge di accettare l’illusione audiovisiva del “cinema di parola”, ma per poi negarla e tornare alla rarefazione del cinema muto. E all’estetica del muto si rifanno esplicitamente l’utilizzo delle scritte, le presenze fisiche di Lorre (che sembra ancora in fuga dai giustizieri di M), dello pseudo-Karloff Raymond Massey e degli sguardi in macchina con occhio strabuzzante di Grant.

“Ho visto tante commedie in vita mia. Ma non ho mai visto un personaggio comportarsi in modo intelligente.” È chiaro che in questa battuta Mortimer non si riferisce soltanto all’universo della finzione, ma alla cruda realtà. Questo perché siamo nel 1944. Lubitsch con Essere o non essere e Chaplin con Il grande dittatore avevano saputo affrontare la guerra sul suo stesso campo e trasformarla in una commedia di sosia e travestimenti, dove Hitler è soltanto una maschera in più nel millenario repertorio del teatro. Passando da Hitler a Roosevelt e Karloff, Capra combatte la stessa battaglia da un fronte più arretrato. Arsenico e vecchi merletti è una commedia nera sull’identità e sulla necessità di nasconderla (non per niente, alla fine Mortimer scoprirà di essere stato adottato e di non avere nulla a che fare con questa famiglia di dementi). Un apologo sull’irresponsabilità del mondo e sul timore che la sua follia possa espandersi ovunque, penetrare nelle nostre case, nelle stanze di chi si è rifugiato nel più borghese dei matrimoni e si ritiene ormai immune da ogni male esterno. “Caro, ma sei impazzito tutto ad un tratto?”, chiede sua moglie a Mortimer.

“No, non credo. Ma è soltanto questione di tempo.”

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dantealbanesi “La Linea dell’Occhio” n.54

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