2001-2010. dieci anni di cinema

Un decennio di immagini suoni sequenze fotogrammi, ripescati da una memoria imperfettamente diffusa tra schermi grandi e minimi, tempi lunghi e fulminei. Uno dei tanti riassunti possibili, necessariamente in progress.

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[non finito]

Old Boy (Park Chan-Wook). La definitiva esplosione postmoderna della forma-cinema. Giostra visionaria dove ogni sequenza è un esercizio di stile, un febbrile gioco al rialzo e al rimando, dal maratoneta a matrix, a per qualche dollaro in più. E poi le formiche giganti che viaggiano in metrò, i polipi mangiati vivi, il meraviglioso carrello laterale dello scontro tra il fuggitivo Dae-Soo e un’immane esercito di nemici. Cinema sontuoso, che colma lo sguardo e si cementa nella memoria.

Le cinque variazioni (Lars Von Trier). Cinema-Pensiero allo stato puro. Due registi: il vecchio maestro e il giovane allievo che lo sfida ad una grottesca ripetizione del passato. E ad una rinascita. La videoarte strutturalista riemerge dagli anni ’80 e si fa racconto, gioco profondo, commedia, fino a scoprirsi come la più intensa storia d’amore del decennio. Elogio dell’uomo (e del cinema) imperfetto.

Il Divo (Paolo Sorrentino). Tentare di decifrare un uomo, il suo segreto, e rimanerci (volontariamente) dentro. Biografia surreale, tarantiniana, sarcasticamente pop. Tra Petri/Rosi, Welles/Coppola, Fellini/Visconti, una danza macabra che denuncia il mostro e (come Mastroianni ne La dolce vita) scopre di non poterne fare a meno. Il vertiginoso destino di un narratore affascinato dal suo (reale) personaggio. E alla fine nessun segreto da scoprire, nessuna slitta in fiamme.

Million Dollar Baby (Clint Eastwood). Apologo mistico. La Figlia accetta tutto il suo calvario, il Padre la libera dal male, lo Spirito Santo osserva dall’angolo e racconta tutta la vicenda. Senza giudicare. Il K.o. della commozione giunge dopo due ore di lavoro ai fianchi. Nel bel mezzo del delirio postmoderno, un gioiello neoclassico di penombre e amori inconfessabili. Mio Tesoro.

Minority Report (Steven Spielberg). Insegui i tuoi occhi che rotolano giù per un corridoio a spirale. I ragni identificano le tue pupille. Perennemente immerso nell’acqua, (pre)vedi tutto il male altrui, anche quello che deve ancora accadere. La realtà è un’orgia scomposta di prove, ma come un regista sai ricostruire gli eventi, smontando immagini e suoni. E sai bene che prima o poi uscirà una biglia che porta il tuo nome.

Zodiac (David Fincher). La parabola di un’ossessione, meticolosa, paranoica e autosufficiente come ogni ossessione dovrebbe essere. Nessuno cambia. Bruciano gli anni, i decenni, ma le idee degli uomini restano (paurosamente) le stesse: trovare un colpevole per scoprire la propria ragione di vita, e finalmente morire. Un poliziesco astratto, dove l’assassino non c’è (o forse c’è, in una singola scena) e i “buoni” nemmeno. Ricerche e interrogatori si ripetono come una catena di montaggio, in un’esistenza ormai divorata dal lavoro.

Il figlio (Luc e Jean-Pierre Dardenne). Un racconto di rumori.

Primo amore (Matteo Garrone). Ogni relazione è un universo chiuso, opaco dall’esterno, nel quale due follie combaciano e si fondono come metalli non nobili. La cinepresa più imprevedibile del cinema contemporaneo assiste a questo lento scivolare nell’annullamento di sè, nel minuzioso grattare via ogni impurità, ogni cosa che ci separa dalla nostra reale essenza. Agghiacciante il non attore Vitaliano Trevisan e la sua voce nera, ferrigna.

4 mesi, 3 settimane, 2 giorni (Christian Mungiu). Come infinite gabbie concentriche, lo Stato, la città, le stanze, i letti, gli uomini opprimono i corpi delle due protagoniste. Anzi, il corpo stesso è una gabbia da liberare.

La città incantata (Hayao Miyazaki).

Il favoloso mondo di Amelie (Jean-Pierre Jeunet).

Kill Bill (Quentin Tarantino). Dopo Fino alla Fine del Mondo di Wenders, il secondo tentativo della storia del cinema di conferire al B-movie d’autore le dimensioni del kolossal. Un autore che cita Fulci e Corbucci come suoi maestri, e il cui sguardo si apre veramente a tutto il mondo. Tarantino è il nuovo Sergio Leone, perché accolla su di sé un’immane quantità di cinema “alto” e “basso”, per lavarlo da ogni peccato d’imperfezione e purificarlo in una forma compiuta, definitiva. Kill Bill è per il cinema globalizzato del nuovo millennio ciò che fu Il Buono, il Brutto, il Cattivo per il western. Ciò che fu Ariosto per il poema cavalleresco.

Se mi lasci ti cancello (Michel Gondry). Pareti oggetti case si sfaldano come ricordi perduti. Più scenografo che regista, Gondry libera la psiche del cinema da vetusti crucci di realismo e unità stilistica, innestando la frammentazione e la libertà a-narrativa del miglior videoclip.

Gerry (Gus Van Sant). Cinema della rarefazione, esilio volontario dall’azione, dai dialoghi, dalle giustificazioni narrative, dal prima/dopo di ogni vicenda. Un ininterrotto allucinato movimento in avanti. Due Gerry che a volte diventano tre, e forse sono uno solo: un uomo che sopprime la propria metà “irrazionale” e la abbandona nel deserto. Suicidio in forma di fuga.

Wall-E (Andrew Stanton). Una prima parte quasi completamente muta, tra Chaplin e Keaton. Una satira futuristica cupa, che concede solo a tratti qualche risata “leggera”. Un finale di poesia pura che gioca alla pari con Kubrick.  Assurdo considerarlo un film per bambini. La Pixar è il più importante “autore collettivo” del nuovo millennio.

Memento (Christopher Nolan)

Donnie Darko (Richard Kelly). Riconosci (come in uno specchio distorto, come un incubo di cui hai il coraggio di ridere solo oggi) i paradossi cronologici di Ritorno al futuro, la scuola di Nightmare e Twin Peaks (e oggi di Elephant), le gare di ballo con strage finale di Carrie, il viaggio notturno in bicicletta di E.T., Drew Barrymore che strillò terrorizzata dinanzi al piccolo alieno e che ora è la professoressa di un nuovo visionario Elliott… Gli anni ’80 come museo degli orrori.

[continua]

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