Archivi categoria: recensioni

“Exercices de Disparition” di Claudio Pazienza

Su www.ildocumentario.it la nuova recensione di Dante Albanesi dedicata a Exercices de Disparition di Claudio Pazienza.

Annunci

“Nostalgia de la Luz” di Patricio Guzmàn

Sopra/Sotto. Presente/Passato. Memoria/Oblio. Luce/Buio. Raramente il cinema della realtà ha basato la propria scrittura su contrasti così netti e puri, talmente astratti da sembrare finzione. E non per niente il set sul quale Guzmàn ambienta il suo racconto etico è ciò che più si allontana dalla nostra idea di “luogo reale”.

Cile, deserto di Atacama. Nella zona più arida del pianeta si consumano da anni due opposte, simmetriche, instancabili ricerche. Verso l’alto: l’Osservatorio astronomico del Paranal ospita scienziati di tutto il mondo, richiamati dall’eccezionale trasparenza del suo cielo. Verso il basso: donne che vagano tra sassi e dune assolate, nella speranza di trovare brandelli di abiti, minuscole ossa, estreme testimonianze dei loro parenti sterminati sotto la dittatura di Pinochet. In questo paesaggio lunare, le uniche costruzioni umane oltre all’osservatorio sono le ottocentesche miniere di nitrato. continua

Dante Albanesi per ildocumentario.it

(archivio recensioni)

“Exit Through the Gift Shop” di Banksy

Thierry Guetta (francese di Los Angeles) vive con la telecamera in mano e filma tutto: famiglia, amici, passanti, i clienti del suo negozio di vestiti… Accumula scatoloni di videocassette che non monta mai, e anzi nemmeno rivede. Un bel giorno scopre con stupore che suo cugino è il misterioso Space Invader, l’artista di strada che riempie Parigi e le capitali europee con mosaici raffiguranti il popolare videogame (e ricavati dai tasselli del cubo di Rubik!). Con l’irresponsabile follia dei sognatori, Thierry decide di documentare l’universo clandestino dei graffiti urbani, pedinando temerarie performance notturne tra stazioni, autobus e tetti di palazzi, durante le quali… (continua)

Dante Albanesi per ildocumentario.it

(archivio recensioni)

“Il colore del vento” di Bruno Bigoni

Sette tracce. Quelle che nel 1984 componevano l’irripetibile Crêuza de mä di Fabrizio De Andrè, alla ricerca di una voce comune nel mosaico sonoro del Mediterraneo. “Tracce” come canzoni, ma soprattutto come tragitti, percorsi, possibilità inesplorate. In genovese, la “crêuza” è la tipica stradina sterrata dei piccoli borghi, simile ai celebri “carrugi” di Genova. La “crêuza di mare” di De Andrè si riferiva invece ad un particolare fenomeno del vento, quando modella sulle onde delle strisce contorte e scure, simili a fantastiche strade. (continua)

Dante Albanesi per ildocumentario.it

(archivio recensioni)

“Le quattro volte” di Michelangelo Frammartino

Le quattro volte affascina per il suo essere in bilico tra racconto a tesi e documentario. Per l’enigmaticità stilistica di alcuni suoi episodi, nei quali è impossibile discernere gli effettivi confini tra “messinscena” e “pura visibilità”. Quanto c’è (e quanto mai ci potrebbe essere) di programmato nel piano-sequenza della complicatissima coreografia alla Jacques Tati con fedeli in processione, figuranti in abiti romani, capre, cane, sassi e furgone senza freni? (continua)

Dante Albanesi per ildocumentario.it 

(archivio recensioni)

“Gaza Hospital” di Marco Pasquini

Convinto che la bellezza ci salverà, sempre e ovunque, Marco Pasquini converte ogni cosa in una bella inquadratura. E lo fa nel luogo dove ogni esercizio formale sembrerebbe assurdo. L’imponente Gaza Hospital di Beirut era il secondo ospedale più importante del Libano, principale soccorso per i profughi palestinesi, ma anche per i libanesi più poveri e gli immigrati dei paesi confinanti. La sua architettura e la sua posizione urbanistica lo rendono testimone centrale del massacro di Sabra e Chatila. Dopo la chiusura nel 1986, l’edificio rimane abbandonato a se stesso. Stanze di ricovero e corsie diventano case, creando una comunità sempre più numerosa, fino a rendere il Gaza Hospital un vero proprio campo profughi. (continua)

Dante Albanesi per ildocumentario.it 

(archivio recensioni)

ildocumentario.it compie dieci anni

_________________________________

Compie 10 anni il sito ildocumentario.it., portale  italiano dedicato al cinema documentario fondato e diretto da Stefano Missio e Francesco Gottardo.  

leggi

_________________________________

Sguardi doc sull’Oriente

Due recenti documentari italiani affrontano la complessa realtà dell’India e della Cina, secondo prospettive completamente opposte. Il primo è Pink Gang di Enrico Bisi (2010, 80’). India, stato dell’Uttar Pradesh, provincia di Banda. Più del 20% della popolazione è “intoccabile”, appartiene cioè alla casta più bassa (e di conseguenza più povera). In una società ancora feudale e dominata dall’uomo, le donne sono le prime vittime di discriminazioni e abusi. “Nessuno ci viene ad aiutare” dice Sampat Pal Devi, 47 anni, sposata all’età di 9 e madre di cinque figli, che per reagire a questo stato di cose fonda le Gulabi Gang (Pink Gang). In appena due anni raccoglie centinaia di membri, provenienti dalle caste inferiori; vivono in capanne di fango e mattoni, senza acqua né luce, sopravvivendo con meno di un euro al giorno.(continua)

Dante Albanesi per ildocumentario.it

“Corde” di Marcello Sannino

Non è una boxe per il cinema. Niente colonne sonore roboanti, improbabili altalene emotive e orde di spettatori sovreccitati. Qui le gradinate sono quasi sempre semivuote; al massimo i genitori, la ragazza, l’allenatore, qualche addetto ai lavori… Si è sempre soli sul ring, ma qui si è più soli che mai.

Stacco. In un anonimo salone (questo assai più affollato), una pallina si agita smaniosa dentro una teca di vetro, in perenne battaglia con le sue ottantanove sorelle. È il gioco perfetto il bingo, perché non richiede nessun calcolo, nessuna riflessione. L’unica strategia possibile è assistere impotenti alle bizzarrie del caso che ogni sera decreta vittoria e sconfitta, sporadici guadagni e ordinarie rovine. E proprio come una biglia, rimbalza da un lavoro all’altro e da un vicolo all’altro l’esistenza di Ciro Pariso, pugile peso piuma, campione italiano nel 2003 (“Sì… ma poi si è fermato…” commenta sconsolato il padre, che Ciro non frequenta da anni).  (continua)

Dante Albanesi per ildocumentario.it

Corso Salani, l’impossibilità di essere falso

Corso Salani creava cinema al presente. Un’immagine che, al di là delle storie che illustrava, era costantemente “in diretta” (in corso), preda di quel flusso che rende imprevedibile la dizione di un attore, il tragitto della cinepresa, gli indisciplinati rumori fuori campo. Un presente che era anche “presenza”, consapevolezza fisica di abitare non uno sterile set, ma una terra viva, senza la quale quella stessa inquadratura avrebbe avuto un diverso valore, come il peso di un corpo varia a seconda della latitudine. È per questo che Salani era un regista del Viaggio, e non è un caso se molti suoi titoli (Voci d’Europa, Cono Sur, Occidente, C’è un posto in Italia, la serie “Confini d’Europa”) sono puri dati geografici, rarefatte variazioni sul road-movie che fingono di seguire una rotta per poi nutrirsi delle digressioni che la strada stessa offre. (continua)

Dante Albanesi per ildocumentario.it

“March” di Olga Chernysheva

March di Olga Chernysheva (2005, 8′)

Russia. Un edificio monumentale, una piazza. Una banda militare esegue un inno. Lì accanto, due file di ragazzini in divisa, sui dodici anni, circondati da transenne e palloncini bianchi-rossi-blu. Sono immobili, palesemente a disagio.  Il volume della musica è altissimo: per il pubblico sarà forse uno spettacolo, ma per i ragazzi è un assordante supplizio. Eppure sono obbligati a restar lì, prigionieri di una coreografia che impone solennità e disciplina. Per fortuna alla loro destra c’è un altro gruppo: una squadra di ragazze pon pon (sui diciott’anni) si esercita per il loro numero. La regista stringe sulle espressioni dei piccoli militari, sospesi tra una musica che li opprime e una danza che li attrae… Leggi il resto di questa voce

“Essere completamente falsi è impossibile”. Addio a Corso Salani

Così, in un’intervista che mi rilasciò nel 1999, Corso Salani raccontava lo struggente finale del suo documentario Cono Sur, dedicato agli immigrati argentini.

“Sentivo la necessità di alleggerire il peso drammatico creato dalle interviste: quasi tutti gli immigrati raccontano avvenimenti terribili, e nessuno di loro versa mai una lacrima. A questo “lato serio” volevo contrapporre intermezzi più leggeri, quasi comici; ma non è esatto dire che in questi intermezzi non vi fosse nulla di vero… É difficile, è quasi impossibile distinguere la realtà dalla fantasia. Posso dire che alcune sequenze in un certo senso mi sono servite per liberare, per portare all’esterno alcuni pensieri e alcune emozioni che in quel momento facevano indubbiamente parte di me.

Come nella scena finale, Leggi il resto di questa voce

“Draquila. L’Italia che trema” di Sabina Guzzanti

É chiara, nel film di Sabina Guzzanti, l’intenzione di riprodurre quel “canone” che Michael Moore ha ormai imposto a livello internazionale. Ovvero: registro satirico, lettura socio-politica, prevalenza della voce narrante, coincidenza regista/attore, montaggio parodico, eterogeneità degli stili (interviste, filmati di repertorio, inserti grafici…). Una ricetta laboriosa e di difficile amalgama.

Riguardo ai contenuti, c’è poco da dire. Tutto ciò che Draquila afferma è sacrosanto. Documenti, intercettazioni, sperpero di denaro pubblico, leggi ad personam erano già sotto gli occhi di tutti. Caso mai, Draquila è il primo testo audiovisivo ad aver riunito assieme questi dati, depurandoli dalle nebbie del chiacchiericcio televisivo. E nell’epoca della babele mediatica, tale genuina chiarezza può aver scioccato molti. Ecco perché le accuse del ministro Bondi su Draquila “che offende l’Italia e la verità” sono soltanto ridicole, e rappresentano l’ennesima replica di ciò che un altro ben più acuto politico dichiarò sessant’anni fa dinanzi al successo mondiale di Ladri di biciclette. Purtroppo per costoro, il cinema continuerà ancora per molto a lavare i panni in pubblico. (continua)

Dante Albanesi per ildocumentario.it

Simone Massi a CortoperScelta

CortoperScelta presenta il grande autore di animazione marchigiano in occasione del nuovo libro dedicato alla sua opera

San Benedetto del Tronto, Biblioteca multimediale Giuseppe Lesca

É dedicato a SIMONE MASSI, il grande autore di cinema di animazione, l’incontro che il festival del cinema breve CortoperScelta terrà giovedì 22 aprile alle ore 17.30 presso la Biblioteca “Giuseppe Lesca” di San Benedetto del Tronto (AP), nell’ambito della “XII Settimana della cultura” promossa dal MiBAC (16-25 aprile 2010).

Per l’occasione sarà presentato il libro Poesia Bianca – il cinema di Simone Massi di Roberto Della Torre, ultimo nato dei Quaderni Fondazione Cineteca Italiana. Completo di DVD che contiene 13 corti e un making of, il libro è una lunga intervista attraverso la quale scoprire vita, poetica e tecnica del disegnatore marchigiano, insieme ad illustrazioni originali e testimonianze di amici e collaboratori, tra cui Marco Paolini, Stefano Franceschetti, Cristiano Carloni e Julia Gromskaya.

All’incontro saranno presenti Simone Massi, Roberto Della Torre, Dante Albanesi (direttore artistico CortoperScelta), Roberta Spinelli (direttore Biblioteca Lesca), Enrico De Angelis e Giuseppe De Angelis di CortoperScelta. Seguirà la proiezione di tutti i cortometraggi di Massi. Leggi il resto di questa voce

“La vita al tempo della morte” di Andrea Caccia

Prima di inventare storie o mostrare immagini, i lavori di Andrea Caccia pongono allo spettatore un’inattesa domanda: “Che cos’è il documentario?” Quali sono (se ci sono) i confini di questo genere?

Forse il modo migliore per comprendere un’opera linguisticamente estrema come La vita al tempo della morte è abbandonarsi al divenire della visione, alla pura indifesa curiosità di scoprire “cosa sarà mostrato dopo”. Uno struggente prologo di tre minuti sulla lenta agonia di una farfalla ci accompagna all’interno del film. Primo atto: le cascate della Lavagnina, in Piemonte. Rigorose inquadrature fisse, strette, sfocate, dagli strani bagliori biancastri. Sapientemente rielaborate fino a sembrare una sorta di pittura fresca, tremolante, non ancora fissata sulla tela. In questo universo senza parole l’uomo è una presenza anomala. (continua)

Dante Albanesi per ildocumentario.it

“Valentina Postika in attesa di partire” di Caterina Carone

Un film di attese. Come il titolo stesso suggerisce, Valentina Postika (1° Premio al Torino Film Festival 2009) esplora quegli intervalli neutri della nostra esistenza durante i quali non accade nulla. Prima che un qualsiasi evento possa far “partire” una storia.

Siamo a Pesaro. La moldava Valentina, emigrata da ormai cinque anni, lavora come badante per Carlo Paladini (nonno della regista), ottantottenne ex partigiano, dirigente del Partito Comunista locale e della sezione ANPI. La narrazione è quasi completamente assente, perché tutto è già avvenuto (la Resistenza, la lotta politica: sessant’anni di ricordi gelosamente custoditi da Carlo negli innumerevoli super 8, fotografie e giornali del suo archivio) o tutto deve ancora avvenire (il ritorno di Valentina in Moldavia dai suoi tre figli, con i soldi per comprare finalmente una casa). Vita che scivola via, mentre la Storia prosegue oltre il giardino di casa. I filmini amatoriali che interrompono le immagini al presente svolgono dunque questa doppia funzione: per Carlo (che sta gradatamente perdendo la memoria) mantengono in luce il passato, per Valentina presagiscono il futuro. Ma per entrambi sono il luogo di un’indicibile nostalgia. (continua)

Dante Albanesi per ildocumentario.it

“L’ora d’amore” di Andrea Appetito e Christian Carmosino

l'ora d'amoreÉ impossibile, guardando L’ora d’amore, non pensare a Quién es Pilar?, il cortometraggio del 2006 (tra i più belli del decennio) con il quale Appetito e Carmosino incantarono decine di festival in Italia e nel mondo. Pilar legge sul giornale che un uomo, ingiustamente accusato di corruzione, si è suicidato. Quel fatto di cronaca la sconvolge. Il volto sorridente di questo sconosciuto, la sua dignità intrisa di disperazione, la attraggono al punto che decide di “sposarlo”. Il giorno dopo i funerali, Pilar si reca al cimitero deserto, dove celebra solennemente le proprie nozze col defunto. Da quel giorno indosserà per sempre il vestito da sposa… Leggi il resto di questa voce

“Rumore bianco” di Alberto Fasulo

Cinema liquido e sinuoso come il suo protagonista: il Tagliamento, “Re dei fiumi alpini”, 170 chilometri tra Veneto e Friuli. Prima linea di difesa durante la rotta di Caporetto, ultimo avamposto dell’occupazione nazista. Ma l’acqua è solo un filo, cordone invisibile che lega le storie più dislocate. Ogni personaggio percola nell’altro, ogni trama avanza in bilico lungo montagne e foreste e, ognuna a suo modo, slitta a valle nell’alveo del fiume.

Palese è l’influenza di Alessandro Rossetto, qui in veste di produttore. Rumore bianco è un Bibione Bye Bye One più rarefatto, meno incline alla satira sociale; ma per il resto l’aderenza di forme e contenuti è quasi totale: l’uso profondo del dialetto del nord-est, la narrazione polifonica, il ripudio della voce narrante, l’assenza di una figura centrale a favore di un variegato coro di comparse. Se in Bibione c’era il mare Adriatico e il flusso “moderno” della vacanza di massa, dei tre mesi estivi che come uno tsunami scuotono dal letargo i centri balneari della costa, in Rumore bianco c’è il fiume a segnare la ciclicità immota della Natura, l’acqua in tutte le sue multiformi anime di pioggia, vapore, cascata, schizzo, alluvione. L’eterno presente di Bibione, dove ogni prospettiva storica sembra annullata, si converte nella temporalità duplice del Tagliamento, dove un’attualità tecnologica si sovrappone (senza cancellarla) a una preistoria agreste. (continua)

Dante Albanesi per ildocumentario.it

Due documentari di denuncia

(…) Vincitore all’ultimo Festival di Pesaro, Fixer: The Taking of Ajmal Naqshbandi del regista statunitense Ian Olds (USA/Afghanistan, 2009, 84’) segue da vicino l’odierno conflitto in Afghanistan, e in particolare la collaborazione tra l’interprete afgano Ajmal Naqshbandi e il giornalista americano Christian Parenti. Figura tanto indispensabile quanto misconosciuta del giornalismo di guerra, il “Fixer” ha la delicatissima funzione di guidare il reporter straniero nelle zone a rischio, mettendolo a contatto con ambienti e personaggi altrimenti “inavvicinabili”.

Terminate le riprese, in una successiva missione Ajmal viene rapito dai talebani assieme al giornalista Daniele Mastrogiacomo di “Repubblica”. Leggi il resto di questa voce

“Marie Antoinette” di Sofia Coppola

lunedì 20 luglio – ore 23.15 – canale 5

Versailles è un tempio dove Marie Antoinette, osservata da occhi ostili, tra foreste di simboli s’avanza. Sterminato palcoscenico dove oggetti scenografie personaggi sono tutti in funzione della scena madre (l’avvento del Principe maschio) che il regno di Francia attende e pretende. Al centro di tutto, ancora una vergine suicida. Reclusa in una casa immensa, legata ad un marito sconosciuto, isolata in un reame che parla straniero. La vita come ininterrotta messinscena: un Grande Fratello che declina al passato la prigione mediatica di Truman Show e le pareti invisibili di Dogville. Il pubblico è ovunque: al risveglio, a colazione, a pranzo, durante il parto. Spogliarsi, vestirsi, travestirsi come un’attrice. Perfino quando resta nuda dinanzi al suo amante, Marie si copre vezzosamente con un ventaglio come una maschera di Goldoni. Bianche lenzuola, lunghe gonne, tende svolazzanti sono altrettanti sipari che tengono a distanza le verità del mondo. Anche l’estenuante viaggio in carrozza dall’Austria alla Francia si consuma in un onirico isolamento (quasi “chirurgico”: come un ovulo trapiantato da un ventre all’altro). Marie sbircia distratta dal finestrino: nell’identico frangente Siddharta scopriva i dolori dell’umanità; lei invece cade addormentata con la visiera sugli occhi. Leggi il resto di questa voce