Archivi categoria: film della settimana

“Identità” di James Mangold

venerdì 12 giugno – ore 21.10 – retequattro

Anche nella gratuità più pura può affiorare, latente, una sottile visione del mondo.

Quando in una notte buia e tempestosa dieci piccoli indiani incontrano il Bates Motel, vuol dire che il cinema non vale più per la storia che racconta, ma per le storie in cui può mutarsi ad ogni istante. Identità parte con un delirante monologo in voce off su una scrivania da polizia criminale, zeppa di documenti e vecchie foto; prosegue con quindici minuti splendidamente montati a ritroso in stile Memento, lungo i quali un pugno di estranei si trovano legati da imprevedibili rapporti di causa-effetto; per concentrarsi infine nel fatidico scenario buio-chiuso-isolato, dove ogni personaggio immette il proprio film personale (poliziesco, thriller metafisico, storia d’amore…) e la gara ad eliminazione progressiva può finalmente iniziare.
Se una volta il cinema statunitense sapeva essere ammirevole era proprio in virtù di filmetti di tale fattura, che rimpiazzavano divi planetari e mezzi faraonici con folgoranti giostre narrative. Identità sbanda divertito tra generi e codici che si annullano a vicenda (perché all’origine di ogni B-movie c’è sempre Detour di Ulmer), regalando la rara sensazione del gratuito, di un’astrazione nuda emancipata da ogni messaggio sociale o psicologismo da telefilm. E stupendi embrioni di sceneggiatura buttati lì quasi con sprezzo: l’idea che dieci individui riuniti per caso siano nati lo stesso giorno e abbiano tutti il nome di uno stato; l’altra, ancor più bella, che uno sbandato incappi in un motel abbandonato, veda giungere per caso un primo cliente, e da un momento all’altro (per incoscienza? disperazione? bisogno di avere un ruolo?) si cali per sempre nella parte del “padrone”; e la sbalorditiva cornice di uno psicopatico (evidentemente cinefilo) che sceneggia nella sua mente un “film” dove far competere fino alla morte tutti i brandelli della propria personalità multipla. Quanti giallisti italiani sono in grado di partorire tre spunti così suggestivi?

Con sorprendente perizia, il copione di Michael Cooney immerge le algebre d’intreccio di Agatha Christie nella concezione postmoderna del film come mondo virtuale, parto autosufficiente di una mente demiurgica: idea che a vari livelli ha generato Providence e Shining, passando per L’Ultima Tempesta di Greenaway, fino a The Cell, eXistenZ e Matrix. Identità gioca questa partita senza timidezze e senza cercare alibi. Non certo come fa invece The Life Of David Gale, che da un lato si diverte a perderci tra piste false e vere ma dall’altro si vergogna di divertirsi così tanto, e allora tenta di giustificare tale puro piacere spacciandolo come (falsissimo) impegno progressista. Leggi il resto di questa voce

“Inside Man” di Spike Lee

venerdì 29 maggio – ore 21.10 – italia uno

CHI-DOVE-COSA-QUANDO-PERCHÉ ci spiega – sguardo in macchina, serrato in una strana prigione – Dalton Russell, enigmatico ladro idealista che non ama sprecare parole, né tanto meno ripeterle. Tutto il racconto è in queste domande. Tutta l’arte sta nel non rispondere. O nel rispondere troppo. O nel dare risposte inaspettate, ambigue, multiple. Spike Lee è in questa differenza in più o in meno. Negli scarti, nelle digressioni che svelano il mondo che si agita attorno al recinto angusto della trama.
CHI è l’ostaggio e chi il rapitore, se tutti sono vestiti allo stesso modo? Chi è il buono, se anch’egli è inquisito per corruzione? Ed è un buono “vero”, il detective Frazier, o solo un comprimario che qualcuno molto in alto ha ingabbiato in questo ruolo? Non a torto, Russell si diverte a chiamarlo Serpico e Kojak, mentre l’altro ribatte che “Non siamo in Quel Pomeriggio di un Giorno da Cani“. Frazier è un mero stampo del passato, replicante di vecchi eroi del cinema, come pure replicante di se stesso: Denzel Washington è a quota 11 ruoli da poliziotto. Insomma una marionetta, come palesa l’immagine più folgorante del film: subito dopo l’uccisione del primo ostaggio, un carrello indietro accelerato che precede Frazier inerte, catatonico, mentre sembra avanzare sopra un tappeto mobile.

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IL CODICE DA VINCI

FILM DELLA SETTIMANA

lunedì 22 settembre

ore 21.00

CANALE CINQUE  

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IL CODICE DA VINCI

di Ron Howard (2006) 

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Soltanto dopo approfondita e temeraria visione, il Codice svela il suo ineffabile segreto: puntare al popolo televisivo, sterminata audience che non si muove se non in massa, arrischiandosi al cinema una volta l’anno e in una libreria ogni dieci (ma solo per assicurarsi quei tomi di almeno 600 pagine con copertina dura e primo posto in hit parade, altrimenti che libro è?). Perché soltanto a costoro la leggenda dei Vangeli Apocrifi sul matrimonio tra Gesù e la Maddalena, o il Concilio di Nicea che mette ordine tra le varie sette e praticamente “inventa” il Cristianesimo, possono ancora sembrare novità sovversive. Per tale maggioranza silenziosa ogni segno dev’essere servito a puntino, meglio se abbondantemente precotto. Così, se si cita l’Uomo Vitruviano, non si manca di delucidare che trattasi di disegno di Leonardo con un uomo inscritto in un cerchio. Se entra in scena un esimio studioso, questi dovrà sfoggiare una chioma corvina lunga e fluente, con quel tocco di bisunto che fa tanto intellettuale tormentato (anche se poi al primo “bonjour” gli occorre l’interprete). Per decenni il cinema postmoderno ha usato lo stereotipo come una chiave, che scardina con ironia gli scenari della finzione; il Codice lo usa come una gabbia, che cancella ogni sorriso soffocando lo spettatore nelle sue trame. Tutto ciò che si racconta deve restare serio e indiscutibile. La gravità è l’unico tono consentito. Leggi il resto di questa voce

KING KONG

FILM DELLA SETTIMANA

lunedì 18 settembre

ore 21.00

CANALE CINQUE  

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KING KONG

di Peter Jackson (2005) 

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Se il primo compito di un kolossal è innalzare scenografie immense, il secondo è introdurre un colosso che le distrugga. Perché le dimensioni contano. E King Kong è un gigante che stordisce, per quantità e qualità dei suoi segni.
Notevolissimo estro visivo, Peter Jackson è a tutti gli effetti un regista da cinema muto, con un talento quasi istintivo nel rendere eccitante e fotogenica qualsiasi sequenza; e fin troppo esplicita è la scena in cui lo sceneggiatore del film, una volta prigioniero a bordo della nave, trova alloggio soltanto in una gabbia, in mezzo agli altri animali: sull’arca del Cinema, la Parola è qualcosa da liberare solo se necessario. Ecco perché quando i personaggi di Jackson aprono bocca sono dolori: il vice-comandante della nave spiega al mozzo “Cuore di tenebra” di Conrad manco fosse un ricercatore di Harvard; e lo splendido crescendo finale viene guastato dalle solite ovvietà sulla Bella e la Bestia… Ma tali cadute sono brillantemente compensate da un non-spiegato che affascina, con l’assenza assoluta di quelle chiose (pseudo-)scientifiche che in questo tipo di film fungono da puntello agli scenari più improbabili.
Oltre a Kong, l’Isola del Teschio è infestata da dinosauri, serpentoni, ragni giganti e simili chimere; ma (cosa unica in un film d’avventura) nessuno se ne stupisce. Soltanto l’apparizione di Kong genera negli umani un senso di sbalordimento; gli altri mostri, invece, provocano soltanto terrore. Il dettaglio non è secondario, se si pensa che il motore dell’intera trama è l’ambizione del regista Carl Denham di sconvolgere il pubblico con qualcosa di mai visto. Ma il punto è che il mondo narrato da King Kong è pur sempre il mondo reale (vedi l’inizio “documentarista” sulla Grande Depressione del ’29); e nella nostra realtà un dinosauro vivo (Jurassic Park lo dimostra) farebbe infinitamente più scalpore di uno scimmione alto dieci metri. Leggi il resto di questa voce

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ilFILMdellaSETTIMANA

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mercoledì 9 aprile

ore 21.10

RETE QUATTRO

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PROVA A PRENDERMI

di Steven Spielberg (2002)

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Raccontami ciò che vuoi che io veda. Frank Abagnale è il Cinema, che sa trasformarsi in qualsiasi cosa e incarnare a piacimento qualsiasi soggetto. Carl Hanratty è il Pubblico che lo insegue e lo critica, lo ammira e lo deride.
Sin dal momento in cui appare, cianotico, bagnato, seminudo, peloso, lontano anni luce da casa al gelo di un carcere francese, si intuisce subito che Abagnale è l’ennesimo E.T. di cui Spielberg non potrà che innamorarsi, fino a difenderlo contro ogni logica e principio morale. Un bambino adulto che ancora non conosce il mondo, ma che lo capirà in fretta, imitando non la realtà, bensì il cinema che la insegue. Ciò perché Spielberg sceglie di raccontare la storia di un falsario falsificando se stesso: come E.T. e il suo amico Elliot replicavano “in minore” la celebre scena della bufera e del bacio di Un Uomo Tranquillo di John Ford, allo stesso modo Frank impara la medicina dai telefilm del dottor Kildare, l’avvocatura da Perry Mason, abbigliamento e automobili da James Bond… E in bilico tra Sciarada di Donen e Topkapi di Dassin, Spielberg falsifica la firma di tutti i suoi vecchi amici: titoli di testa alla Blake Edwards, raccontare una storia vera come se fosse inventata (Tucker di Coppola), montare tutta la prima ora del film come fosse un incipit (Casinò di Scorsese), perdersi in una giostra di corpi doppi e riflessi infiniti (De Palma).

Ma il talento di Spielberg non è solo in questo metacinema al cubo. È soprattutto in una sceneggiatura (questa grande dimenticata) che venera l’effetto sorpresa come una religione, che dribbla le attese e si avvita su se stessa, risolvendo ogni blocco di sequenze con virtuosismi di pura visività. Quando Hanratty scova la stanza d’albergo dov’è rintanato Abagnale, e questi uscendo dal bagno si finge da un momento all’altro un agente dei servizi segreti, all’improvviso ci troviamo in pieno Billy Wilder, in quei repentini colpi di teatro tra i quali far sguazzare i suoi marpioni Lemmon e Matthau. Ma il gioco non è finito: per convincere del tutto l’avversario, Abagnale addirittura gli affida il suo portafogli e tranquillo se la svigna col malloppo. Cosa accadrebbe, a questo punto, nel 90% dei film italiani? Hanratty troverebbe nel portafogli una banalissima carta d’identità e banalmente scoprirebbe l’inganno. Troppo facile per Spielberg: il suo portafogli non contiene documenti, ma è strapieno di ridicole etichette alimentari! Trovata degna di Lubitsch, folle e inverosimile, nella quale però c’è tutto Abagnale: mente di bambino costretta in un corpo da uomo, infantili etichette nascoste dentro un portafogli adulto. Frank viene smascherato non da una foto o da un nome, ma da un comportamento e una mania. Questo si chiama “pensare per immagini”. Leggi il resto di questa voce

               

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domenica 23 marzo

ore 21.30

RAI UNO

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LA PASSIONE DI CRISTO

di Mel Gibson (2005)

Un film indeformabile come un blocco di granito: dall’orto degli ulivi alla resurrezione non si percepisce una sola pausa. Un flusso ininterrotto, contemporaneamente fisico e mentale. Come Gesù cade e si rialza, così il racconto precipita all’indietro e poi risale fulmineo alla stazione di partenza. Ad un presente mostruosamente dilatato si contrappone un passato condensato in poche inquadrature mute.

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OCCHI. Una nuvola attraversa la luna. Non è un caso se la prima immagine di The Passion rievoca Un Chien Andalou, e se Gesù nel corso del suo martirio ha l’occhio destro perennemente chiuso. Nel 1929 Buñuel inaugurava il suo cinema recidendo personalmente la pupilla della sua attrice; ottant’anni dopo, ad inchiodare Gesù sulla croce è la mano di Gibson. Autori diversissimi, ma gesti coincidenti: il desiderio di infrangere le frontiere del rappresentabile, di sfidare la resistenza oculare dello spettatore.

NERO. Come Welles aveva fatto con Shakespeare, Gibson converte il Vangelo in un noir classico. E il primo dogma di questo canone è che la tragedia deve partire dalla fine: dalla morte/agonia dell’eroe, come in Othello, Citizen Kane, Mr. Arkadin; o dai sicari che lo braccano, da La Fuga a C’Era Una Volta In America. Ma The Passion è soprattutto l’ultima variazione di un macro-genere trasversale che potremmo definire “affresco storico-psicologico”, nel quale la dimensione sociale e politica del racconto si riduce ad un Leggi il resto di questa voce

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venerdì 14 marzo

ore 2.55

RAI UNO

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BUONGIORNO, NOTTE

di Marco Bellocchio (2003)

Come in un saggio scientifico, Bellocchio isola l’irreversibile balzo evolutivo della nostra era: da liberi cittadini a videodipendenti. E in un paese dove il padrone delle televisioni è (stato? sarà?) anche capo del Governo, il dato non è affatto marginale.

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“Noi siamo un sogno dentro un sogno” rivelava Totò-Jago a Ninetto Davoli-Otello in Che Cosa Sono Le Nuvole? di Pasolini, quando per un attimo abbandonano la tragedia che si consuma sul palcoscenico delle marionette e riparano dietro le quinte, esili pupazzi assoggettati a fili indistruttibili. Un sogno dentro un sogno. È la chiave che apre tutte le scatole cinesi di Buongiorno, Notte. L’Italia, e dentro l’Italia il covo dei brigatisti, e dentro il covo Aldo Moro (in quell’oscuro intrico di serrature e intercapedini del quale non viene mai chiarita l’esatta topografia). L’amico della terrorista che scrive una sceneggiatura che ha lo stesso titolo del film in cui entrambi sono immersi. Una vittima che viene giustiziata, ma che forse viene anche graziata, come nei finali alternativi dei miti greci o dei vangeli apocrifi… La psico-politica di Bellocchio rimanda ai paradossi di Borges, alle vertigini delle “Mille e una notte”, a Saturno che divora i figli che poi lo uccideranno, al Minotauro di Creta, il mostro chiuso nel labirinto al quale la società affida in sacrificio i suoi giovani migliori. Leggi il resto di questa voce

MEMORIE DI UNA GEISHA

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sabato 15 gennaio

ore 21.00

SKY CINEMA MANIA

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     MEMORIE DI UNA GEISHA

di Rob Marshall (2006)

[…] Mostrare l’eterno e l’immutabile per poi assistere alla sua distruzione: è questa la firma di Rob Marshall. Una poetica riconoscibile in tanto cinema orientale (Addio Mia Concubina di Chen Kaige) e orientaleggiante (L’Ultimo Imperatore di Bertolucci, M di Cronenberg): un teatro di rituali cristallizzati che si dissolve con l’irrompere di un evento esterno. Tecnicamente espertissimo, ma privo di “scarti” autoriali, Marshall è un autore esplicitamente “coreografico”, che si affida con devozione assoluta alla grazia di corpi che fuggono, inseguono, si nascondono, si travestono e si spogliano, lottando senza fine per la propria sopravvivenza… Ma sotto le apparenze di un melodramma popolare, la sua visione del mondo è atroce: si sale su un palcoscenico soltanto perché si è stati esclusi dalla vita, si diventa artisti solo per essere accolti tra i privilegiati della platea. Come in Chicago, il vero protagonista di Memorie di una Geisha è il pubblico, e il vero soggetto sono gli inganni per conquistarlo. Pubblico ciecamente rapito da un polso che inclina con antica delicatezza una teiera, da un trucco irreale, da una maschera, da tutto ciò che è esotico e si ritrae dietro una tenda. Noi pubblico, irretito da un set hollywoodiano che si finge orientale, da attrici cinesi che si fingono giapponesi, da un presente che si finge passato. Come non percepire in ogni nostro applauso un duplice sentimento di fascinazione e di superiorità?
Quella stessa passione speculare e vuota che Roxie Hart confessava in Chicago: “Io amo il pubblico. E il pubblico ama essere amato da me. E io amo essere amata dal pubblico. E tutto questo perché nessuno di noi è stato abbastanza amato da piccolo… È il mondo dello spettacolo.”

dantealbanesi (intera recensione su www.revisioncinema.com)