“Marie Antoinette” di Sofia Coppola

lunedì 20 luglio – ore 23.15 – canale 5

Versailles è un tempio dove Marie Antoinette, osservata da occhi ostili, tra foreste di simboli s’avanza. Sterminato palcoscenico dove oggetti scenografie personaggi sono tutti in funzione della scena madre (l’avvento del Principe maschio) che il regno di Francia attende e pretende. Al centro di tutto, ancora una vergine suicida. Reclusa in una casa immensa, legata ad un marito sconosciuto, isolata in un reame che parla straniero. La vita come ininterrotta messinscena: un Grande Fratello che declina al passato la prigione mediatica di Truman Show e le pareti invisibili di Dogville. Il pubblico è ovunque: al risveglio, a colazione, a pranzo, durante il parto. Spogliarsi, vestirsi, travestirsi come un’attrice. Perfino quando resta nuda dinanzi al suo amante, Marie si copre vezzosamente con un ventaglio come una maschera di Goldoni. Bianche lenzuola, lunghe gonne, tende svolazzanti sono altrettanti sipari che tengono a distanza le verità del mondo. Anche l’estenuante viaggio in carrozza dall’Austria alla Francia si consuma in un onirico isolamento (quasi “chirurgico”: come un ovulo trapiantato da un ventre all’altro). Marie sbircia distratta dal finestrino: nell’identico frangente Siddharta scopriva i dolori dell’umanità; lei invece cade addormentata con la visiera sugli occhi.
Non basta un rock per essere moderni. Marie Antoinette è piuttosto un film “antico”, pre-ottocentesco, che si situa prima della rivoluzione verista di Courbet e dell’Impressionismo. Come qualsiasi pittore fino al 1860 ritraeva una Natività con il mecenate dell’opera tra Re Magi e pastori, così Sofia Coppola fotografa la sua regina tra musiche dei Cure e costumi alla Vivienne Westwood. È la cronologia multipla dell’anacronismo: stile che governa per millenni l’arte classica e che resterà in auge fino al crollo dell’Ancien Régime, per riemergere (ma solo pochi anni) sotto Napoleone e il suo celebratore Ingres. E un anacronismo vivente è la stessa Marie, come suggerisce il gioco delle identità, dove ogni membro della corte deve indovinare il nome che porta attaccato sulla fronte. “Sono un personaggio del passato?” chiede qualcuno. “Sono tra di voi?” chiede Marie. Ma Marie non è tra di loro. È uno spirito postmoderno prigioniero del ‘700, una teenager anni ’60 (figura, ormai, anch’essa pienamente storicizzata) smarrita nella stanza delle ore che non scorrono di Shining.

Se il tempo non si muove, Marie cerca di sorpassarlo camminando, coprendo chilometri di corridoi (e il carrello indietro domina), fuggendo le malelingue che la braccano alle spalle. Come quella cortigiana che bercia dallo sfondo: “Quando ci darai un erede?!” Ma se le voci sono dietro, la musica è “sopra”, avulsa dalla scena, estranea e futura quanto lo è Marie, che certo è l’unica a percepirla: il rock vive nella sua mente, come attraverso le cuffiette di un iPod. Non a caso, solo quando la regina evade dalla corte per intrufolarsi al ballo in maschera, il rock entra clamorosamente in scena: è il suono del mondo libero, s-cortese. Ma nei momenti più aspri musica e voci si azzerano attoniti, si fanno pura, rosselliniana rappresentazione. Come nell’addio della principessa alle damigelle austriache, affetti di una vita bruciati in un frettoloso abbraccio; o nell’arrivo a Versailles, con la piccola ragazza che sfila tremebonda lungo un kubrickiano tunnel di visi e sguardi ostilmente muti. É questa programmatica cupezza che Marie combatte con tutte le forze, battendo le mani a teatro, producendo rumore ed emozione dove regnano silenzio e protocollo.
Come la musica, anche il popolo è “fuori”. Scacciato dall’inquadratura. La sua voce (echeggiante, collettiva) interviene per la prima volta a due terzi del film, abbinata ad un campo lunghissimo sul palazzo reale: emblema di una distanza incolmabile. Quando i rivoltosi entrano finalmente in scena, è segno che la favola sta per estinguersi. Atto inedito e irreversibile, il Quarto Stato conquista l’immagine, penetra la Rappresentazione, per secoli privilegio sacro di nobiltà, clero e alta borghesia. È il pubblico di domani, straripante massa esclusa dai teatri e da ogni forma d’arte; coloro che saranno gli ingenui visionari delle prime sale cinematografiche, gli esagitati adepti dei primi concerti rock. Nell’inchinarsi dal suo balcone (li ringrazia o sta offrendo la propria testa?), in un sublime presagio, Marie saluta il futuro: lo spettatore che fa rumore.

Così, mentre la rivoluzione bussa alla porta, la coppia reale segue imperturbabile il cerimoniale della cena. Non è follia, ma l’ultimo disperato barlume di logica aristocratica: non si può temere un’invasione, poiché è “impossibile” che Versailles venga invasa. Come ne La Nobildonna e il Duca, la plebe è solo un effetto speciale, alieni di un film di fantascienza. Sofia Coppola assiste alla scena con sereno stupore, lo stesso che coglieva Spielberg nel finale di Amistad, quando l’infante regina di Portogallo ballonzola lieta sul suo letto, anni luce lontana dalle ferite della Storia.
Arca Russa era l’inebriante marcia del Tempo nel suo tragico e inarrestabile fluire: secoli di storia attraversati da un diplomatico francese dell’Ottocento e dalla voce fuori campo del regista, celato dietro un torrenziale pianosequenza. Questo è ciò che Marie avrebbe voluto essere: contemplare dall’esterno un mondo decrepito, detestandolo con pacato distacco. Ma quel mondo, pur nella sua decadenza, era ancora troppo affascinante. Goloso, caldo e sicuro come un enorme utero. Mostruoso, ma di una mostruosità seducente, come la creatura marina incontrata da Mastroianni ne La Dolce Vita (già omaggiata da Lost In Translation). Deformità in cui specchiarsi, in cui trasformarsi, di cui diventare complici. La giovane regina si crede troppo brillante e troppo evoluta per la società in cui la politica l’ha costretta a vivere; ma solo dinanzi alla rabbia antica del popolo comprende la raggelante realtà: anche lei è vecchia, anche lei (come il Dracula di papà Francis) è parte di quel regno destinato a incenerirsi alle prime luci dell’alba.
Per questo Marie Antoinette è un film dell’orrore. La paura più grande di Marie non è la morte: è lo scoprire di essere già morta da tempo.

dante albanesi per www.revisioncinema.com

Annunci

Pubblicato il 19 luglio 2009, in recensioni, scritture, visioni con tag , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 2 commenti.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...