IL CODICE DA VINCI

FILM DELLA SETTIMANA

lunedì 22 settembre

ore 21.00

CANALE CINQUE  

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IL CODICE DA VINCI

di Ron Howard (2006) 

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Soltanto dopo approfondita e temeraria visione, il Codice svela il suo ineffabile segreto: puntare al popolo televisivo, sterminata audience che non si muove se non in massa, arrischiandosi al cinema una volta l’anno e in una libreria ogni dieci (ma solo per assicurarsi quei tomi di almeno 600 pagine con copertina dura e primo posto in hit parade, altrimenti che libro è?). Perché soltanto a costoro la leggenda dei Vangeli Apocrifi sul matrimonio tra Gesù e la Maddalena, o il Concilio di Nicea che mette ordine tra le varie sette e praticamente “inventa” il Cristianesimo, possono ancora sembrare novità sovversive. Per tale maggioranza silenziosa ogni segno dev’essere servito a puntino, meglio se abbondantemente precotto. Così, se si cita l’Uomo Vitruviano, non si manca di delucidare che trattasi di disegno di Leonardo con un uomo inscritto in un cerchio. Se entra in scena un esimio studioso, questi dovrà sfoggiare una chioma corvina lunga e fluente, con quel tocco di bisunto che fa tanto intellettuale tormentato (anche se poi al primo “bonjour” gli occorre l’interprete). Per decenni il cinema postmoderno ha usato lo stereotipo come una chiave, che scardina con ironia gli scenari della finzione; il Codice lo usa come una gabbia, che cancella ogni sorriso soffocando lo spettatore nelle sue trame. Tutto ciò che si racconta deve restare serio e indiscutibile. La gravità è l’unico tono consentito.

A completare il quadro, il filosofo misantropo iconoclasta che da anni vive relegato in un tenebroso villone, dispensa verità terribili (tipo: la “V” è l’emblema della Donna), è zoppo come il diavolo e da tempo non paga le bollette, poiché nel villone regna il buio pesto. Tale tenebra insondabile coinvolge anche gli altri scenari, dal Louvre alla centrale di polizia, dal monastero alle chiese: per Ron Howard l’atmosfera metafisica equivale all’assenza di illuminazione. C’è poi un monaco invasato (con capelli da extraterrestre) che tra un ammazzamento e l’altro si pente e si fustiga a sangue, il suo venerabile Maestro che frequenta loschi figuri tra la P2 e la Setta del Torchio di Totò, un commissario francese che è ovviamente un fesso stile Pantera Rosa e arriva sempre venti secondi dopo ogni colpo di scena. Come in ogni giallo da ombrellone, il colpevole è il maggiordomo. E quando Audrey Tatou si scopre ultima discendente diretta di Gesù Cristo, realizziamo di trovarci ancora nel favoloso mondo di Amélie.

Freddo come un telefilm tedesco, noioso come Mission Impossible al rallentatore, Il Codice Da Vinci induce i suoi adepti ad esclamare in tono grave e assorto: “È un’opera che fa riflettere”. Anche se non si capisce bene su cosa. Gente che fino all’altro ieri parlava di sport e motori, oggi disquisisce sull’Eterno Femminino e la piramide del Louvre. Improvvisamente l’uomo del bar e il docente di antropologia culturale si trovano d’accordo. E questo definisce un’epoca.

Ora però ci si chiede: come può cotanto minestrone di sciocchezze (che parrebbero esagerate anche in una puntata di “Voyager”) sconvolgere a tal punto il pubblico e soggiogare per mesi gli impeccabili media nostrani, regalandoci tra l’altro immortali puntate di “Matrix” e “Porta a porta”? Forse perché il Codice, in modo assolutamente rozzo e fortuito, regala ai suoi iniziati quello che si potrebbe chiamare il brivido della non-conoscenza. Ovvero: pur non insegnando nulla, lascia intendere che ci sarebbe molto da sapere. Dinanzi a prodotti come questo, il videodipendente medio ritrova quella fastidiosa sensazione di “ignoranza colpevole”, alla quale era riuscito a sfuggire sin dai tempi della terza media. Qui il suo senso estetico (che lo porterebbe a preferire di gran lunga l’ultimo De Sica) cede dinanzi al senso del dovere. E ai suoi occhi, Il Codice Da Vinci diviene un film “che va visto”, come quelle poesie che a scuola bisogna imparare a memoria.

dantealbanesi

 

 

 

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Pubblicato il 21 settembre 2008, in film della settimana, recensioni, scritture con tag , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 1 Commento.

  1. Giovanni Nicoletti

    Il film è senz’altro un discreto intermezzo fra una smanettata alla playstation e un cioccolatino.
    E la trama, la storia, come dice il buon Dante Albanesi, sono un vero “minestrone di sciocchezze”. Non foss’altro perché è un minestrone datato, tanto datato da essere andato a male. Non ci riguarda più, non ci tocca più. Piacerebbe invece vedere un film d’azione tratto da un libro su qualche complotto DURO E PURO DI OGGI. A chi importa più della Chiesa cattolica e del suo presunto potere? basta guardarsi intorno per vedere che la staffetta del potere è passata in ben altre mani, e in mani ancor più prive di scrupoli.
    Per esempio, mi piacerebbe vedere un film tratto dal libro di Tarpley, “La fabbrica del terrore”, che è molto più imponente e importante, credo, di quello di Brown. “La fabbrica del terrore” è scritto da un giornalista investigativo residente, guarda un po’, a Washington, e di origini newyorkesi; è un cittadino americano che si ritiene fedele alla tradizione dei padri fondatori americani, che ha il proprio grande emblema in Abraham Lincoln, ma il suo libro parla di un complotto di portata planetaria. Tarpley, nel suo libro, che ha ricevuto le lodi anche di un ex agente della CIA e Marine come Robert Steele, argomenta bene, credo, l’impossibilità che le cose siano andate così come sono state raccontate, e che si debba prospettare l’ipotesi di attentati false-flag l’11 settembre. Quanto dovremo aspettare per vedere un film “ammerigano” tratto da questo eccezionale libro “ammerigano”? Evidentemente Holliwood continua a preferire i complotti innocui, i complotti d’antan, o, per fare un nome, alla Dan Brown.

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