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ilFILMdellaSETTIMANA

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mercoledì 9 aprile

ore 21.10

RETE QUATTRO

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PROVA A PRENDERMI

di Steven Spielberg (2002)

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Raccontami ciò che vuoi che io veda. Frank Abagnale è il Cinema, che sa trasformarsi in qualsiasi cosa e incarnare a piacimento qualsiasi soggetto. Carl Hanratty è il Pubblico che lo insegue e lo critica, lo ammira e lo deride.
Sin dal momento in cui appare, cianotico, bagnato, seminudo, peloso, lontano anni luce da casa al gelo di un carcere francese, si intuisce subito che Abagnale è l’ennesimo E.T. di cui Spielberg non potrà che innamorarsi, fino a difenderlo contro ogni logica e principio morale. Un bambino adulto che ancora non conosce il mondo, ma che lo capirà in fretta, imitando non la realtà, bensì il cinema che la insegue. Ciò perché Spielberg sceglie di raccontare la storia di un falsario falsificando se stesso: come E.T. e il suo amico Elliot replicavano “in minore” la celebre scena della bufera e del bacio di Un Uomo Tranquillo di John Ford, allo stesso modo Frank impara la medicina dai telefilm del dottor Kildare, l’avvocatura da Perry Mason, abbigliamento e automobili da James Bond… E in bilico tra Sciarada di Donen e Topkapi di Dassin, Spielberg falsifica la firma di tutti i suoi vecchi amici: titoli di testa alla Blake Edwards, raccontare una storia vera come se fosse inventata (Tucker di Coppola), montare tutta la prima ora del film come fosse un incipit (Casinò di Scorsese), perdersi in una giostra di corpi doppi e riflessi infiniti (De Palma).

Ma il talento di Spielberg non è solo in questo metacinema al cubo. È soprattutto in una sceneggiatura (questa grande dimenticata) che venera l’effetto sorpresa come una religione, che dribbla le attese e si avvita su se stessa, risolvendo ogni blocco di sequenze con virtuosismi di pura visività. Quando Hanratty scova la stanza d’albergo dov’è rintanato Abagnale, e questi uscendo dal bagno si finge da un momento all’altro un agente dei servizi segreti, all’improvviso ci troviamo in pieno Billy Wilder, in quei repentini colpi di teatro tra i quali far sguazzare i suoi marpioni Lemmon e Matthau. Ma il gioco non è finito: per convincere del tutto l’avversario, Abagnale addirittura gli affida il suo portafogli e tranquillo se la svigna col malloppo. Cosa accadrebbe, a questo punto, nel 90% dei film italiani? Hanratty troverebbe nel portafogli una banalissima carta d’identità e banalmente scoprirebbe l’inganno. Troppo facile per Spielberg: il suo portafogli non contiene documenti, ma è strapieno di ridicole etichette alimentari! Trovata degna di Lubitsch, folle e inverosimile, nella quale però c’è tutto Abagnale: mente di bambino costretta in un corpo da uomo, infantili etichette nascoste dentro un portafogli adulto. Frank viene smascherato non da una foto o da un nome, ma da un comportamento e una mania. Questo si chiama “pensare per immagini”.

Spielberg è un grande regista perché prima di appassionarsi ad una trama si appassiona ai “corpi” che la abitano: la carta degli assegni, gli abiti a righe, le divise, le macchine da scrivere, i pennini, i timbri, i televisori, gli strapuntini, le collane trovate per strada, le torte della mamma per distrarre i poliziotti, le valigie gonfie di dollari come nelle comiche di Stanlio e Ollio. E il fulminante scenario di un’immensa tipografia, metallica e cupa come l’antro di uno scienziato pazzo, di fronte ad una chiesa affollata di fedeli che intonano un coro natalizio. La resa dei conti ideale per un perfetto apologo anni ’50 da “delitto e castigo”: grigia rettitudine contro sgargiante trasformismo, Hanks contro DiCaprio come James Stewart contro Marlon Brando.
Cinema come Difesa della Famiglia. È lo Spielberg di
A.I., Il Colore Viola, Hook, L’Impero Del Sole. Inquieto “orfano” errante, Abagnale passa dall’amore per il padre, all’affetto per il padre della fidanzata (l’unico al quale confesserà i propri imbrogli, senza però essere creduto), all’ammirazione per un irriducibile nemico verso il quale correre tra le braccia in lacrime, e proprio davanti alla casa della nuova famiglia di sua madre. Perché in realtà il vero padre di Abagnale non è Christopher Walken, né Martin Sheen, ma sarà sempre Tom Hanks, l’unico ad essere stato come lui: l’incosciente giovane trasformista Forrest Gump. Tutto resta in famiglia: alle calcagna del suo eroe, Spielberg sguinzaglia l’antieroe del suo “figlioccio” Zemeckis.
Cinema come Arte della Fuga. É lo Spielberg di Duel, Jurassic Park, I Predatori Dell’Arca Perduta,
Minority Report. L’inseguimento all’aeroporto, quando Frank sguscia via dietro un nugolo di finte hostess sculettanti, ha la comicità brillante e amara dell’eterno fuggitivo Chaplin. E chiudere questa sequenza con Hanks che salta addosso al sosia di DiCaprio vestito da pilota, il quale si rivela poi un tassista che (per colmo della beffa) stava aspettando proprio di caricare l’agente e gli mostra un cartello con scritto “Hanratty”, vuol dire far parlare gli oggetti, vuol dire possedere ancora il grande segreto del cinema muto. Straordinario è infine il carrello indietro in salita che chiude il film, lungo il tunnel di un aeroporto, con Hanratty che non rincorre più Abagnale, ma quasi lo accompagna verso la sua ennesima e sempre provvisoria fuga. Ma fuga da che cosa? “Non vedi? Non hai più nessuno dietro di te”, gli spiega il suo buon tutore. Quando il mondo smette di darti la caccia, che senso ha nascondersi? Che senso ha continuare a fingere? Se non c’è più un pubblico che ti odia e invidia, come restare cinema?

dantealbanesi (www.revisioncinema.com/ci_prendermi.htm)

 

 

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Pubblicato il 7 aprile 2008, in film della settimana, recensioni con tag , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 1 Commento.

  1. bellissima la recensione e bellissimo il film! concordo in pieno con quanto scritto

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