ilFILMdellaSETTIMANA

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domenica 23 marzo

ore 21.30

RAI UNO

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LA PASSIONE DI CRISTO

di Mel Gibson (2005)

Un film indeformabile come un blocco di granito: dall’orto degli ulivi alla resurrezione non si percepisce una sola pausa. Un flusso ininterrotto, contemporaneamente fisico e mentale. Come Gesù cade e si rialza, così il racconto precipita all’indietro e poi risale fulmineo alla stazione di partenza. Ad un presente mostruosamente dilatato si contrappone un passato condensato in poche inquadrature mute.

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OCCHI. Una nuvola attraversa la luna. Non è un caso se la prima immagine di The Passion rievoca Un Chien Andalou, e se Gesù nel corso del suo martirio ha l’occhio destro perennemente chiuso. Nel 1929 Buñuel inaugurava il suo cinema recidendo personalmente la pupilla della sua attrice; ottant’anni dopo, ad inchiodare Gesù sulla croce è la mano di Gibson. Autori diversissimi, ma gesti coincidenti: il desiderio di infrangere le frontiere del rappresentabile, di sfidare la resistenza oculare dello spettatore.

NERO. Come Welles aveva fatto con Shakespeare, Gibson converte il Vangelo in un noir classico. E il primo dogma di questo canone è che la tragedia deve partire dalla fine: dalla morte/agonia dell’eroe, come in Othello, Citizen Kane, Mr. Arkadin; o dai sicari che lo braccano, da La Fuga a C’Era Una Volta In America. Ma The Passion è soprattutto l’ultima variazione di un macro-genere trasversale che potremmo definire “affresco storico-psicologico”, nel quale la dimensione sociale e politica del racconto si riduce ad un accumulo di strepiti, follia, sangue e morte; su questo sfondo va a disegnarsi la parabola di un personaggio singolo, avvolta in un turbine di soggettivismo e flashback. Da quest’ottica, The Passion è il diretto discendente di una tradizione eterogenea che accomuna Apocalypse Now, Carlito’s Way, Titanic, Il Gladiatore, L’Ultima Tempesta, e per certi versi coinvolge anche i recenti Buongiorno, Notte e The Dreamers.

COLORE. È l’unica intenzione estetica riconoscibile nel film. Si parte dal blu umido e nebbioso dell’orto degli ulivi, che va a porsi in stupendo contrasto con il giallo accecante delle torce. Seguono tutte le gradazioni del marrone durante le scene notturne del processo. La flagellazione e la salita al Golgota combinano il grigio-verde della mura e dei sassi con il rosso scuro del sangue. Solo i campi lunghi della crocifissione aprono rari sprazzi di un azzurro pallidissimo. Per chiudere infine sul viola plumbeo del temporale e della morte.
LINGUA. Come i riti religiosi prima del Concilio Vaticano II, The Passion non è tradotto: gli ebrei parlano in aramaico, i romani in latino. Tale scelta (della quale neanche il più detrattore può negare il coraggio) provoca un sottile effetto di straniamento: un Testo Sacro familiare, memorizzato da secoli, viene posto “a distanza” da due lingue morte. Distanza accentuata da lunghe sequenze completamente prive di sottotitoli come quella della flagellazione, miscuglio di suoni, rumori e dolori. Caso rarissimo nel logorroico cinema contemporaneo, i dialoghi occupano qui un ruolo subalterno, emergendo in modi brevi e frammentati. Più che parlato, The Passion è un testo onomatopeico, gonfio di grida, gemiti, pianti, risate, strepiti, urla, sospiri. Un film animalesco.
SEGNI. Accostamenti dissonanti, “inediti”. Gesù che lava i piedi ai discepoli, Pilato che si lava le mani. La folla che scaglia pietre al condannato, Gesù che salva Maddalena dalla lapidazione. Coincidenze, momenti che si ripetono e si spiegano reciprocamente, come nel cinema di Shyamalan. Ogni attimo della vita di Cristo trova il suo perfetto compimento nella Passione. Alla nuvola che squarcia la luna e porta la tenebra si contrappone la splendida panoramica finale della resurrezione, che insegue un timido sprazzo di luce bianca mentre scorre lungo la roccia del sepolcro, per chiudere sul sudario che si sgonfia come un utero che ha appena partorito.

TEMPO. The Passion non contiene una sola inquadratura che possa dirsi “d’autore”. Le sue qualità non si contemplano in termini visivi, ma prettamente temporali, nel suo poderoso impianto drammaturgico. Un film rigido e indeformabile come un blocco di granito: dall’orto degli ulivi alla resurrezione non si percepisce una sola pausa, cesura, ellisse. L’intera narrazione si svolge come un flusso ininterrotto, contemporaneamente fisico e mentale. Un’inesausta deambulazione, regolare movimento in avanti e in salita, dove anche la scansione dei flashback ha una sua motivazione “fisiologica”: come Gesù cade e si rialza, così il racconto precipita all’indietro e poi risale fulmineo alla stazione di partenza. Ad un presente mostruosamente dilatato si contrappone un passato condensato in poche inquadrature mute. E anche questa struttura “a detour” è un’eredità del noir. 

dantealbanesi (prosegue su www.revisioncinema.com/ci_passione.htm)

 

 

 

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Pubblicato il 21 marzo 2008, in film della settimana, recensioni, scritture con tag , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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