ilFILMdellaSETTIMANA

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venerdì 14 marzo

ore 2.55

RAI UNO

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BUONGIORNO, NOTTE

di Marco Bellocchio (2003)

Come in un saggio scientifico, Bellocchio isola l’irreversibile balzo evolutivo della nostra era: da liberi cittadini a videodipendenti. E in un paese dove il padrone delle televisioni è (stato? sarà?) anche capo del Governo, il dato non è affatto marginale.

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“Noi siamo un sogno dentro un sogno” rivelava Totò-Jago a Ninetto Davoli-Otello in Che Cosa Sono Le Nuvole? di Pasolini, quando per un attimo abbandonano la tragedia che si consuma sul palcoscenico delle marionette e riparano dietro le quinte, esili pupazzi assoggettati a fili indistruttibili. Un sogno dentro un sogno. È la chiave che apre tutte le scatole cinesi di Buongiorno, Notte. L’Italia, e dentro l’Italia il covo dei brigatisti, e dentro il covo Aldo Moro (in quell’oscuro intrico di serrature e intercapedini del quale non viene mai chiarita l’esatta topografia). L’amico della terrorista che scrive una sceneggiatura che ha lo stesso titolo del film in cui entrambi sono immersi. Una vittima che viene giustiziata, ma che forse viene anche graziata, come nei finali alternativi dei miti greci o dei vangeli apocrifi… La psico-politica di Bellocchio rimanda ai paradossi di Borges, alle vertigini delle “Mille e una notte”, a Saturno che divora i figli che poi lo uccideranno, al Minotauro di Creta, il mostro chiuso nel labirinto al quale la società affida in sacrificio i suoi giovani migliori.

Il reazionario Moro è ostaggio delle BR; ma il vero carcere è quello, sfuggente e infinito, che avvolge gli stessi rapitori. Gabbia le cui sbarre sono fondate su un’indistruttibile cultura borghese nutrita di rituali simboli consuetudini, della quale i quattro sovversivi si trovano costretti a percorrere tutti i luoghi deputati: il colloquio con l’affittuario dell’appartamento, i lavori di arredamento, il lenzuolo che cade dal piano di sopra, il bimbo dell’amica “a cui badare solo un minuto”, i ladri notturni, le cene con minestra, vino rosso e segno di croce come in De Sica, i canarini in balcone, i botti di capodanno, fino alla confidenza indiscreta in stile Matarazzo: “Tuo marito ti tradisce”. Quale rivoluzione potrà mai infrangere quest’universo (reale e cinematografico) così ben programmato in ogni dettaglio? Una finzione immensamente più estesa del loro covo, un teatrino nel quale i terroristi si immedesimano come in un’allucinazione, nell’inquietante rischio di dimenticare se stessi e le ragioni che li hanno spinti sin lì.

Borghesia come pianeta alieno. Brigatisti come extraterrestri. Tra i tanti sottili influssi da cui Bellocchio si lascia imbrigliare, anche L’Invasione Degli Ultracorpi di Siegel. È il meraviglioso momento in cui i quattro ascoltano il discorso di Lama che condanna il loro crimine, poi con gli occhi spiritati cominciano a sussurrare una cantilena: “La classe operaia deve dirigere tutto, la classe operaia deve dirigere tutto…” Uno degli slogan storici dell’estrema sinistra, ridotto a nenia horror stile Dario Argento. La stessa sospensione metafisica tinge anche l’apparizione della stella rossa delle BR nell’ascensore del ministero: indimenticabili quelle due porte meccaniche che si fermano ad ogni piano e si schiudono come un sipario, rivelando il loro contenuto agli impiegati in attesa, che fissano per un attimo il fuoricampo dietro la cinepresa e fuggono via atterriti, come dinanzi a un fantasma.

I segni del sovversivismo terrorizzano l’uomo comune; simmetricamente, l’oggettistica borghese (anelli nuziali, ferri da stiro, ferri per cucire…) circonda e assorbe ogni gesto della banda, e dunque ogni loro idea. E l’altare di questa religione invisibile si materializza nel loro salotto: dall’alba al tramonto, la televisione domina lo spazio fisico dell’appartamento con le voci lontane, sempre presenti di Enrico Montesano, Raffaella Carrà, dei mezzibusti storici dei telegiornali, tra i quali spunta (per fortuna solo fuori campo) anche Emilio Fede. Un Grande Fratello sempre vigile, pronto a darci il buongiorno anche di notte, in un antro di mentecatti che cedono volentieri al sonno e alle scappatelle sentimentali. Davvero il 1978 sarà l’anno prima della rivoluzione, ma non di quella che i brigatisti vaticinano: gli ’80 saranno piuttosto gli anni della rivoluzione catodica, della trasmissione come flusso ininterrotto senza capo né coda, dove la prima vittima illustre sarà la famosa sigla “Fine delle trasmissioni” (che Bellocchio omaggia come un’icona del modernariato). Nei loro 55 giorni di auto-reclusione, i quattro rapitori esperiscono come inconsapevoli cavie da laboratorio quella simbiosi di vita e televisione, di tele-vita, che pochi anni dopo il regime saprà espandere su larga scala, e nella quale oggi tutti noi siamo prigionieri, senza nemmeno rendercene conto (per questo Matrix è uno dei testi fondamentali del nostro tempo). Come in un saggio scientifico, Bellocchio isola alla perfezione questo irreversibile balzo evolutivo della nostra era: da liberi cittadini a videodipendenti. E in un paese dove il padrone delle televisioni è anche capo del Governo, tale dato non ha nulla di marginale.

dantealbanesi (prosegue su http://www.revisioncinema.com/ci_buongiorno.htm)

   

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Pubblicato il 13 marzo 2008, in film della settimana, recensioni con tag , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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