BLACK DAHLIA
(Brian De Palma, 2006)
____________________________________________________
Mettiamo in chiaro una cosa. Alla fine di un film io non ricordo quasi nulla della trama, e ancor meno i nomi dei personaggi. Quella è roba per sbirri e detective privati; noi giornalisti badiamo ad altro. D’altronde, pure Chandler mi confidò di aver capito poco de Il Grande Sonno. Secondo me James Ellroy è su quella strada, e Brian De Palma lo segue e a ruota.
In ogni caso, avevo tra le mani un segreto che non mi faceva dormire da giorni. Ve lo sussurro all’orecchio: questo non è un film di De Palma. Impossibile. Al massimo è di uno che gli somiglia: forse un suo aiuto che lo ha accoppato e preso il suo posto; forse un sosia che il vecchio Brian ha piazzato lì, mentre lui era affaccendato altrove. Un dilettante che rinuncia a tutti i vezzi più inutili, tipo piani-sequenza di dieci minuti o carrellate per otto piani di palazzo. E che ti sforna un thriller decelerato, dove si chiacchiera a iosa e si agisce poco (come a volte ci accade nei sogni), e dove la dalia nera entra in scena dopo cinquanta minuti. Brian l’avrebbe mai fatto? Chiaro che non era lui.
O forse avevo sbagliato pista. Non so… rivedendolo ancora una volta, colsi certi dettagli strani… Del tipo: sequenze che partono in surplace, con gli attori che iniziano a recitare con un infinitesimale attimo di ritardo, quasi attendessero il regista che grida: “Azione”. Del tipo: Scarlett Johansson che si presenta nella postura più artificiosa possibile, con sigaretta, bocchino e braccio teso, come una statua da museo delle cere; come se l’inquadratura in cui sta vivendo si fosse già convertita in locandina da appendere fuori dal cinema. Ma c’era dell’altro. Perchè Hilary Swank prima di morire dice: “Ricordati a chi somiglio”? E il cane imbalsamato con in bocca un giornale di trent’anni prima? E quel film muto sui vampiri che riappare di tanto in tanto? (Nel 1947 proiettavano ancora film muti? Brian non prenderebbe mai una cantonata simile).
Insomma: gesti congelati, tassidermia, vampiri… La faccenda puzzava di morte lontana un miglio. Passai la notte a scompigliare l’archivio, ma alla fine un indizio spuntò fuori. Scoprii che un colpo del genere, trent’anni prima, l’aveva tentato anche un altro tizio. Una storia strana, in costume, su un certo Redmond che voleva farsi nobile. All’inizio di ogni sequenza i personaggi apparivano sempre immobili, come se fossero diventati un quadro… Ora restava da stabilire: il nostro Brian conosceva questo tizio? Continuai a indagare. Tredici anni prima il tizio aveva fatto un altro film, su un professore che si innamora della figliastra. Mi sovvenne una scena: in un “drive in”, professore, moglie e ragazzina guardano un horror; d’un tratto le due donne si spaventano e vanno a stringere contemporaneamente le mani di… Aspetta un attimo… ma è la stessa scena. Anche il sosia di De Palma porta Josh Hartnett e Aaron Eckhart al cinema, mette Scarlett in mezzo e le fa stringere le mani dei suoi amanti. È chiaro: i due si conoscevano. Hanno entrambi queste manie per il museo delle cere e gli amori a triangolo (o uno dei due le ha attaccate all’altro).
Non c’era tempo da perdere. Diedi la consueta torchiata al mio informatore, e quello mi rivelò ciò che già sospettavo. “Non te ne sei accorto?- sibilava con quel tono canzonatorio che sa darmi sui nervi – Questo è il post-cinema, bellezza”. Certo che me ne ero accorto. Ormai ogni storia è l’ectoplasma di una storia, il rimpianto di non poterla raccontare diversamente, la rabbia di non poterla più cambiare. E comprendi che questa storia non puoi più nemmeno cancellarla, perché ormai fa parte di te, ormai racconta anche te. Riecheggia troppe cose che ti sono care, e dunque negarla equivale a demolire il tuo mondo. Chiaro per tutti?
Da una settimana non chiudevo occhio, e la matassa era sempre più ingarbugliata. Ma una sera, ripassando il film in lingua originale, tutto si illuminò, come il flou sui primi piani delle star di una volta. Ascoltavo la voce narrante di Josh… però qualcosa non quadrava. Alzai il volume, ed era proprio come pensavo. La voce non era sua, era… di Brian. Allora è vero: il film l’aveva girato lui. E per sottolineare questa paternità, aveva addirittura giocato a fingersi protagonista.
Ecco la chiave di volta: il desiderio di essere Altro. All’improvviso, realizzai che questa black dahlia non è altro che un intreccio di invidie, di imitazioni a catena, di voler diventare (come quel Redmond) ciò che non si è. Bucky vorrebbe essere Lee, vincere l’incontro di boxe e portarsi a letto Kay. Madeleine vorrebbe essere la Dalia Nera e portarsi a letto Bucky (Ellroy vorrebbe essere Proust: per una dalia che appassisce, una madeleine che la rievoca). La povera Dalia voleva diventare una grande diva, ma finisce uccisa in uno squallido porno che non arriverà mai alla notte degli Oscar. Brian De Palma vorrebbe essere Fritz Lang, ma si traveste in controfigura di se stesso. Questo cinema del Duemila vorrebbe tornare agli anni ‘40, e rimane stupefatto dinanzi a un provino sgranato in bianco e nero, dove una ragazza spaurita racconta i fatti minimi della propria vita. Faccende simili, il mio informatore le chiama “postmoderno”: un’immagine che non sa dirti più nulla di nuovo; ma piuttosto di restare in silenzio, continua a parlare, e ti spiega il perché sta per diventare muta.
Tutto ciò mi ricorda un altro caso di qualche anno fa. Un regista in crisi che si uccise ad una conferenza stampa (in modo da sollazzare per bene la mandria di sbirri e giornalisti), e prima di morire ripeteva: “Non ho niente da dire… ma voglio dirlo lo stesso.” Ma questo forse non c’entra nulla. Vengo al dunque. Questo fottuto post-cinema è il fantasma di qualcuno che hai amato, e che per questo ti è impossibile da odiare. Perché nel preciso istante in cui stai per ucciderlo con una pallottola d’argento o una recensione, il fantasma ti risponderà, col candore e la fermezza di chi sa di poter morire infinite volte: “Ricordati a chi somiglio.”
dantealbanesi
Postato in: film della settimana, recensioni, scritture | Messo il tag: black dahlia, brian de palma, cinema

















Omaggio ad Andrea Pazienza.


